Guccini senza santini
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Intervista immaginaria a un cantautore che ha raccontato le illusioni di una generazione senza assolverla. (Foto di Fabrizio Fenucci).Francesco Guccini è seduto davanti a un bicchiere di vino. Non sembra particolarmente interessato a essere celebrato. Anzi, ha l’aria di chi diffida delle celebrazioni, soprattutto quando riguardano persone ancora vive. Questa intervista non è mai avvenuta. Le risposte sono immaginate a partire dalle sue canzoni, dai suoi libri, dal suo modo di raccontare il tempo, la politica, gli amori e le sconfitte.

INTERVISTA – (Foto di Fabrizio Fenucci).Francesco Guccini è seduto davanti a un bicchiere di vino. Non sembra particolarmente interessato a essere celebrato. Anzi, ha l’aria di chi diffida delle celebrazioni, soprattutto quando riguardano persone ancora vive.

Questa intervista non è mai avvenuta. Le risposte sono immaginate a partire dalle sue canzoni, dai suoi libri, dal suo modo di raccontare il tempo, la politica, gli amori e le sconfitte.

Guccini, lei è diventato un monumento nazionale.

“È una brutta notizia. I monumenti stanno fermi, prendono la pioggia e vengono fotografati dai turisti. Preferirei restare una persona che ha scritto qualche canzone. Quando cominciano a celebrarti troppo, significa che hanno smesso di ascoltarti.”

Però molte delle sue canzoni sono ormai considerate classici

“Il classico è qualcosa che tutti dicono di conoscere e che pochi ascoltano davvero. Si prende una frase, la si mette sui social e il lavoro è fatto. Una canzone, invece, andrebbe ascoltata tutta. Anche le parti che disturbano.”

Cominciamo da Dio è morto. Che cosa significava davvero?

“Significava che era morto un certo mondo, fatto di ipocrisia, conformismo, razzismo, guerre e falsi valori. Non era la morte di Dio, ma la morte dell’immagine che gli uomini avevano costruito per giustificare sé stessi, infatti, la canzone finiva con una possibilità di rinascita, ma il titolo faceva più rumore del finale.”

Era anche un’accusa al mondo cattolico?

“Era un’accusa a tutte le società che predicano una cosa e ne praticano un’altra. A chi parla di pace e prepara la guerra, a chi difende la famiglia e umilia le persone, a chi pronuncia il nome di Dio e poi si inginocchia davanti al denaro. Il problema non era la fede, era la sua trasformazione in abitudine, potere e copertura morale.”

La Rai la censurò, mentre Radio Vaticana la trasmise

“Un paradosso molto italiano. Chi avrebbe dovuto scandalizzarsi comprese il testo, chi avrebbe dovuto garantire libertà si fermò al titolo. Probabilmente in Vaticano (Paolo VI) avevano ascoltato la canzone fino alla fine.”

Oggi sarebbe ancora censurata?

“No. Oggi verrebbe fatta a pezzi sui social. Qualcuno direbbe che offende i credenti, qualcun altro che non è abbastanza rivoluzionaria, altri ancora discuterebbero senza averla ascoltata. La censura moderna non vieta, sommerge tutto di rumore.”

In Auschwitz lei scrive del male assoluto. È una canzone sulla memoria o sul presente?

“La memoria che non riguarda il presente è archeologia. Auschwitz non è soltanto un luogo della storia, è il punto nel quale si vede fino a dove può arrivare una società quando comincia a dividere gli esseri umani tra degni e indegni, utili e inutili, puri e impuri. Il lager non nasce improvvisamente, comincia con le parole, con l’indifferenza, con l’idea che qualcuno valga meno.”

Quindi cantare Auschwitz nelle celebrazioni ufficiali può diventare una forma di ipocrisia?

“Certo. Si può commemorare il passato e ripeterne i meccanismi nel presente, basta deporre una corona al mattino e disprezzare un essere umano al pomeriggio. La memoria, quando diventa cerimonia senza coscienza, è soltanto arredamento civile.”

La locomotiva racconta un anarchico che tenta un gesto estremo. È un elogio della violenza politica?

“No. È il racconto di un uomo che trasforma la propria disperazione in un gesto simbolico contro il potere e l’ingiustizia, non è un manuale operativo. Le canzoni raccontano anche ciò che è contraddittorio, sbagliato e tragico. Se si potessero raccontare soltanto comportamenti approvati dal Codice civile, la letteratura sarebbe piuttosto noiosa.”

Però quella locomotiva lanciata contro il potere continua ad affascinare

“Perché rappresenta il rifiuto di rassegnarsi, ma anche il fallimento. L’uomo non cambia il mondo, viene fermato, il gesto resta come immagine, ma non produce una rivoluzione. È questo che molti dimenticano, la canzone contiene la rabbia e insieme la sconfitta.”

Avete cambiato il mondo oppure siete stati sconfitti?

“Entrambe le cose. Alcuni diritti, alcune libertà e alcuni modi di vivere sono nati anche da quella stagione, ma molti rivoluzionari sono diventati dirigenti, professionisti, banchieri e uomini di potere. Non è necessariamente un delitto affermarsi, il problema è quando si finge di non essere cambiati.”

In Il pensionato racconta un uomo che sembra appartenere a un mondo scomparso?

“Perché la storia non è fatta soltanto da presidenti, generali e rivoluzionari, è fatta soprattutto da persone comuni, che lavorano, invecchiano e scompaiono senza lasciare traccia. Raccontare un pensionato significa riconoscere che una vita ordinaria può contenere più verità di molti discorsi solenni.”

Lei ha raccontato spesso la provincia, era una scelta poetica o politica?

“Le due cose non sono separate. La provincia permette di vedere il mondo senza fingere di essere al centro. I grandi avvenimenti arrivano anche lì, ma deformati, raccontati, discussi al bar e poi in provincia ci sono il tempo, la memoria, la noia, le partenze e i ritorni, materiale sufficiente per scrivere.”

Le sue canzoni sono piene di sconfitti

“Perché i vincitori raccontano già abbastanza se stessi, hanno giornali, televisioni, biografie e uffici stampa. Gli sconfitti hanno qualche ricordo e, se sono fortunati, una canzone.”

Che cosa rimane della sua generazione?

“Alcune conquiste, molte contraddizioni, parecchi rimorsi e una quantità eccessiva di autobiografie.”

Alla fine, ha prevalso la speranza o la sconfitta?

(Guccini guarda il bicchiere, lo solleva e beve lentamente.)

“La speranza che non conosce la sconfitta è propaganda. La sconfitta che non lascia spazio alla speranza è soltanto disperazione. Noi siamo rimasti in mezzo, come quasi tutti, abbiamo creduto, sbagliato, cambiato idea, perso persone e conservato qualche canzone.”

(Poi rimette il bicchiere sul tavolo.)

“Non è molto, ma è più di niente.”

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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