

IL DOMENICALE / EDITORIALE – Quando molti partono e tutto rallenta, Viterbo mostra con maggiore chiarezza ciò che funziona e, soprattutto, ciò che manca: dalle opportunità per chi resta alla consistenza reale del turismo, dal valore del lavoro fino a quella parola, comunità, che tra poche settimane torneremo a pronunciare continuamente parlando di Santa Rosa.
Agosto è un mese strano: sembra quello nel quale succede meno e invece è spesso quello che permette di capire di più. Le scuole sono chiuse, molti uffici rallentano, una parte delle famiglie parte, diverse attività abbassano le serrande e viene meno quel movimento quotidiano che durante il resto dell’anno riesce anche a nascondere le debolezze di una città.
È proprio allora che Viterbo dovrebbe guardarsi allo specchio, senza consolarsi con qualche fotografia di piazze affollate durante una manifestazione e senza confondere l’evento con la vitalità economica. Una città, infatti, non si misura soltanto quando organizza qualcosa, ma soprattutto quando non succede nulla e bisogna continuare a viverci.
Il Comune ha organizzato alcune iniziative rivolte agli over 65 (cinema, piscina, occasioni di incontro). È una scelta positiva perché almeno riconosce un problema reale, ma qualche decina di posti disponibili dovrebbe anche impedirci di raccontare queste iniziative come se rappresentassero una risposta sufficiente. Il bisogno è infatti infinitamente più ampio e non riguarda soltanto gli anziani.
Ad agosto rimangono: giovani, famiglie, persone sole, lavoratori, cittadini che non hanno soldi sufficienti per partire e altri che semplicemente scelgono di non farlo. Tutti costoro dovrebbero trovare una città viva, servizi accessibili, luoghi nei quali stare, cultura, relazioni e occasioni di incontro, e non un territorio in attesa che settembre riaccenda gli interruttori.
La stessa contraddizione riguarda il turismo. Se Viterbo vuole davvero diventare una destinazione importante, dovrebbe domandarsi per quale ragione alcune attività considerino economicamente conveniente chiudere proprio nel cuore dell’estate, quando teoricamente i visitatori dovrebbero essere più numerosi. Forse sarebbe arrivato il momento di misurare meno le presenze negli eventi e molto di più quanto i turisti rimangano, quanto spendano, dove spendano, quale ricchezza reale lascino sul territorio. Non è una questione secondaria: un centro storico può apparire pieno per una sera e continuare a perdere negozi per tutto l’anno, può avere migliaia di visitatori e contemporaneamente non riuscire a generare un’economia abbastanza solida da sostenere chi vi lavora.
Poi ci sono quelli che non partono, e qui il discorso da locale diventa nazionale. La vacanza sta tornando per molte famiglie qualcosa da valutare con attenzione, da ridurre o da cancellare, mentre per la mia generazione rappresentava quasi il simbolo della conquista del benessere.
Negli anni del boom l’automobile caricata di valigie non raccontava soltanto il viaggio verso il mare; raccontava un Paese nel quale il lavoro cominciava a consentire qualcosa in plus rispetto alla sopravvivenza. Oggi, invece, torniamo a chiederci se lo stipendio basti per pagare casa, bollette, spesa, figli, automobile e magari anche una settimana di riposo.
Ferragosto ci pone allora un’altra domanda, ancora più profonda. Abbiamo conquistato le ferie per sottrarre una parte della nostra vita al lavoro e siamo riusciti col tempo a trasformare anche il riposo in consumo, prestazione, destinazioni obbligate e fotografie da mostrare, quasi che restare a casa significhi aver fallito qualcosa.
Infine, arriverà Santa Rosa. Viterbo tornerà a riempirsi, cento uomini porteranno insieme un peso che nessuno potrebbe sostenere da solo e parleremo, giustamente, di comunità. Ma proprio quella notte dovrebbe metterci un po’ in difficoltà.
Se sappiamo essere comunità quando passa la Macchina, perché durante il resto dell’anno accettiamo così facilmente che l’anziano sia solo, il commerciante affronti da solo la propria crisi, il giovane cerchi da solo uno spazio che non trova, il quartiere aspetti da solo risposte che non arrivano?
Questo Domenicale prova a parlare proprio di questo: di una Viterbo che agosto mette a nudo, del lavoro che vale sempre meno nella vita reale, del riposo che rischia di tornare un privilegio e di una comunità che non può accendersi il 3 settembre per spegnersi la mattina successiva.

















