Un viterbese in Antartide – “E’ tornata Adalgisa, un gabbianide”

Un viterbese in Antartide – “E’ tornata Adalgisa, un gabbianide”

Bruno Pagnanelli ha dei nuovi amici in Antartide, dove sta arrivando l'estate. Pensare l'estate nella terra dei ghiacci è una roba difficile. Da ora però nel diario dell'Antartide arriva anche il "gabbianide".

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Bruno Pagnanelli ha dei nuovi amici in Antartide, dove sta arrivando l’estate. Pensare l’estate nella terra dei ghiacci è una roba difficile. Da ora però nel diario dell’Antartide arriva anche il “gabbianide”.

 

E’ tornata Adalgisa!!!

Ieri, mentre eravamo con settemila comunicazioni nelle radio, una ventina di noi si prodigavano nel creare un altro piccolo miracolo in mezzo al niente. Venti italiani si sono mossi alle 16 in punto, tutti insieme, hanno percorso la strada segnata dalle bandierine che li porta sul mare gelato e hanno accolto un aereo sudafricano, che trasportava elicotteri neozelandesi per una spedizione coreana. Nel mentre hanno portato un manipolo di passeggeri francesi verso un aereo canadese che li aspettava in moto e che li avrebbe trasferiti, dopo altre 4 ore, nella stazione di Dumont d’Urville, un vero e proprio incubo per ogni previsore meteorologico.

Insomma, entropia allo stato puro, condita dalle peggiori perturbazioni e dai venti che battono sulla costa antartica di fronte all’Australia. Mentre succedeva tutto questo, una macchia scura è passata di fronte ai vetri.

“E’ un gabbianide”, ci disse qualcuno una volta e quella volta, sia io che Roberto, il mio collega di 4 anni fa, ridemmo di vero gusto perché, da perfetti “sarchiaponi”, per noi quello era solo un gabbiano, più sporco, ma sempre un gabbiano. E con questa classificazione ci abbiamo passato giorni, battute all’infinito, discorsi e cazziatoni fatti con e al gabbianide, che ci guardava incuriosito mentre gli parlavamo in dialetto romano, mettendo in scena una sorta di monologo dal titolo “noi e uno stercorario australe”. Lo facevamo così, per ironizzare sulla nostra stessa ignoranza, tanto che, ogni volta che lo vedevamo, gli dicevo: “Ahò Robbè è tornato il gabbianide!”

Si chiamano Skua, sono uccelli simili a gabbiani, soltanto più scuri, grossi come un mezzo tacchino e molto irascibili. Sono predatori abilissimi, mangiano di tutto, dalle placente delle foche ai pinguini smarriti o malati, a volte anche fra di loro.

Eppure in questo infinito mare di crudeltà c’è un segno. Con i suoi tempi, esasperatamente lunghi, qualcosa si muove, qui, dove tutto sembra immobile, la vita completa i suoi cicli, si nasconde sotto il ghiaccio, a volte emerge all’improvviso, come il pinguino uscito dalla buca che si è guardato intorno ed è ricomparso, a volte vola come un gabbianide scuro, che viene a lasciare ricordi sul tetto della stazione.

E’ il primo che torna, segno che l’estate è arrivata. Il primo fra i tanti che arriveranno a fare il nido in queste rocce che saranno poi una sorta di percorso a ostacoli per chi, fra queste rocce, ci si muoverà per lavoro. Perché ahimè, questo “gabbianide” con le ali potenti e il becco duro, tenderà a difendere il suo nido dagli sconosciuti fino alla morte. Vabbè adesso esco fuori e ve lo saluto…

gabbianide

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