SCRITTI SULLA SHOAH – Michele Vittori: “Nella dimensione della memoria tradita dall’uomo riposano le vittime di Auschwitz”

SCRITTI SULLA SHOAH – Michele Vittori: “Nella dimensione della memoria tradita dall’uomo riposano le vittime di Auschwitz”

27 gennaio, Giornata della Memoria. Con La Fune abbiamo deciso di dedicare un periodo di riflessione sulla Shoah e sulla memoria. Per questo abbiamo chiesto a diversi rappresentanti del tessuto sociale viterbese di intervenire. Pubblicheremo, di giorno in giorno degli scritti, appositamente realizzati. L’intervento di oggi è firmato dal professor Michele Vittori.

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27 gennaio, Giornata della Memoria. Con La Fune abbiamo deciso di dedicare un periodo di riflessione sulla Shoah e sulla memoria. Per questo abbiamo chiesto a diversi rappresentanti del tessuto sociale viterbese di intervenire. Pubblicheremo, di giorno in giorno degli scritti, appositamente realizzati. L’intervento di oggi è firmato dal professor Michele Vittori.

 

di Michele Vittori

 

Le parole più belle scritte sulla natura del male sono uscite dalla penna di un esule ebreo, costretto per tutta la vita a dissimulare le proprie convinzioni, i propri sentimenti, le ragioni altissime del suo genio. “La conoscenza del male è la tristezza stessa in quanto ne siamo consci. Ma la tristezza è una passione che dipende da idee inadeguate e di conseguenza la sua conoscenza, cioè la conoscenza del male, è inadeguata”.

L’inadeguatezza dell’uomo è la costitutiva ignoranza della reale natura del male o, meglio, della possibilità
reale di compiere il bene. E compiere il bene significava, per l’ebreo scacciato dalla propria comunità
Baruch de Espinoza, conoscere la natura delle cose.

Sulla Shoa la coscienza infelice del XXI secolo ha compiuto un’opera colossale di rimozione, di distorsione
concettuale e ideologica. L’ha resa oggetto dell’identificazione del male con un fatto storico, senza ricordare che la storia è stupida e vuota, è cronaca sterile o è, necessariamente e comunque, interpretazione. Di qui l’insistenza sulla memoria, ermeneutica tutta umana invocata dalla filosofia del secolo scorso e scaduta in una pratica commemorativa che se ha valore civico, non ne ha di intellettuale.

Di un fatto storico si possono individuare cause e ragioni, dinamiche e sviluppi, testimonianze e prove. Un
fatto storico può essere giudicato e persino processato. La memoria no. Della memoria l’uomo deve imparare a prendere atto, a riconoscersi in essa per quello che è, per quello che la natura delle cose umane è in se stessa. Se la Shoa è stato un male assoluto -e non soltanto un efferato crimine storico- lo è perché ha richiamato l’uomo alla sua natura, all’ignoranza della sua natura in cui consiste appunto l’essenza del male.

In ogni fatto storico in cui l’essere umano non ha ravvisato la semplice possibilità del bene, la memoria ha taciuto. Nella storia ci sono vittime e carnefici, buoni e cattivi. Nella memoria ci sono solo uomini. Nella storia ci sono inquisitori ed eretici, stalinisti e nazisti, Aztechi e conquistadores, Turchi e Armeni, Utu e Tutsie, cowboys e indiani, ebrei e palestinesi. Nella memoria ci sono solo uomini. Ogni lettura manichea della Shoa, che contenga solo il fatto senza la memoria è distorsione. Ogni protesta che opponga in un parallelismo storico i crimini di quest’ uomo ai crimini di quell’uomo, le sofferenze di questa donna alle sofferenze di quella donna è ignoranza della natura delle cose umane. Ogni soluzione che diluisca il bene e il male nella pietà e nella colpa è superficie impalpabile della morale.

Nella dimensione della memoria tradita dall’uomo, che è il tradimento dell’uomo di se stesso, riposano le
vittime di Auschwitz e di ogni epoca della sua storia. “Nel divenire del mondo” afferma l’ebreo Jonas “Dio
non ha più nulla da dare. Ora tocca all’uomo dare”.