Viaggio nelle associazioni viterbesi- Gavac, trasformare gli errori in opportunità

Viaggio nelle associazioni viterbesi- Gavac, trasformare gli errori in opportunità

Laggiù a metà della Teverina esiste un posto isolato, dimenticato da Dio e spesso dagli uomini. Come un miraggio dopo ore di cammino sotto il sole cocente di luglio o dopo  chilometri di nebbia in inverno, appare il carcere di Mammagialla.

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Laggiù a metà della Teverina esiste un posto isolato, dimenticato da Dio e spesso dagli uomini. Come un miraggio dopo ore di cammino sotto il sole cocente di luglio o dopo  chilometri di nebbia in inverno, appare il carcere di Mammagialla. Non è però un miraggio, è una realtà importante della città. In quel luogo vivono degli uomini, molti uomini:  nazionalità varia, età varia, moralità varia. Li accomuna una colpa, una pena da scontare, dei bisogni, dei diritti e dei doveri. Questi uomini sono seguiti, ogni giorno, dal lavoro dell’amministrazione e della polizia penitenziaria, ma anche da un gruppo di persone che scelgono di ascoltare quelle colpe e di provare a ricucire lo strappo creato con la società. Incontriamo due volontari dell’Associazione GAVAC, Gruppo Assistenti Volontari Animatori Carcerari, Claudio Mariani e Cristiana Cardinali che ci accompagnano a scoprire qual è la loro attività dentro e fuori il carcere Mammagialla di Viterbo.

Quando nasce il GAVAC? Da quanti membri è composta?

“Il Gruppo Assistenti Volontari Animatori Carcerari è nato oltre 30 anni fa da una intuizione di Don Pietro Frare, cappellano del carcere nel periodo caldo delle contestazioni all’interno dei penitenziari culminate poi nella riforma della Legge Gozzini.

Al momento purtroppo l’associazione risente di una grave crisi che ha coinvolto l’intero mondo del volontariato e nonostante gli iscritti siano 23, di fatto meno di una dozzina possono essere considerati realmente operativi.

L’associazione si propone di sostenere e accompagnare i detenuti nel loro percorso di detenzione e collabora con la casa circondariale per proporre itinerari di risocializzazione e reinserimento nel tessuto sociale.”

Cosa significa fare parte di una associazione di questo tipo?

“Occuparsi di detenuti che si sono macchiati di colpe a volte orribili, non riscuote consensi e approvazione tra la gente comune, il che è comprensibile ma non condivisibile: in primo luogo nessun bambino nasce cattivo e presumibilmente le esperienze della vita e altre forme di disagio ne possono aver condizionato l’esistenza fino al punto da annullare la consapevolezza o la libertà di scelta di un individuo; ma al di là delle opinioni  personali su questo aspetto, quel che è invece fuori di dubbio è che il carcere come è oggi strutturato non è in grado di generare un cambiamento reale e l’altissima recidiva ne è la testimonianza; inoltre ha dei costi elevatissimi che sarebbero giustificabili se fosse effettivamente deterrente ed efficace ma di fatto non è così; forse bisognerebbe avere il coraggio di trovare un nuovo modo di “fare carcere” trasformando il detenuto da problema a risorsa e proponendo culture alternative a chi molto spesso ha conosciuto solo le subculture della devianza.”

La situazione delle carceri italiane è molto critica. Come è la situazione nel carcere Mammagialla di Viterbo?

“La situazione della casa circondariale di Viterbo rispecchia più o meno l’andamento nazionale: il numero delle persone ristrette supera ampiamente la capienza regolamentare e il personale di polizia penitenziaria è sottodimensionato rispetto alle esigenze”.

C’è collaborazione tra volontario e l’amministrazione del carcere? E con gli agenti?

“In termini programmatici c’è sicuramente collaborazione: il problema è che mancano le risorse per attuare un vero progetto rieducativo e stabile. L’amministrazione penitenziaria deve gestire una situazione quotidianamente complessa e spesso in emergenza e diventa quindi difficile attuare sinergie efficaci”.

Quali sono i compiti del volontario all’interno di una struttura penitenziaria?

“Non esiste un vero e proprio elenco di attività che si possa seguire ogni anno: dipende certamente da tanti fattori (il numero dei volontari, le risorse disponibili, le esigenze contingenti, ecc.); la nostra associazione ha sicuramente proposto nel tempo ogni tipo di iniziativa: attività didattiche, laboratori teatrali, cineforum, corsi di ogni genere, sostegno alla genitorialità, musicoterapia, addestramento dei cani, raccolta di autobiografie, ecc. ecc.

Negli ultimi tempi, a causa delle difficoltà sopra accennate, ci dobbiamo occupare prevalentemente delle necessità più urgenti: ad esempio distribuiamo vestiario e generi di prima necessità (oltre il 50 per cento dei detenuti è straniero o non ha una famiglia che possa sostenerlo nelle più elementari esigenze quotidiane); in una casa accoglienza ubicata in centro ospitiamo i detenuti in permesso premio o i loro parenti che vengono a visitarli da lontano e non possono permettersi un albergo; portiamo avanti le attività scolastiche e universitarie”.

Quali sono le attività che svolge l’associazione fuori dal carcere?

“Fuori del carcere cerchiamo di creare un ponte con la cittadinanza, proponiamo nuove forme di accoglienza e una cultura della tolleranza; incontriamo gli studenti dei licei per illustrare loro i pericoli delle dipendenze o di qualsiasi altro comportamento a rischio e li mettiamo direttamente in contatto con i detenuti che hanno vissuto sulla loro pelle le conseguenze di scelte sbagliate; laddove è possibile creiamo piccole opportunità di lavoro o di tirocinio formativo.”

Quali sono i bisogni più urgenti di un detenuto quando arriva in una struttura penitenziaria?

“Un detenuto ha bisogno di “tutto” proprio perché le strutture penitenziarie ben poco possono garantire; ad esempio, un detenuto che entra ad agosto con bermuda e infradito, se non ha chi lo aiuta veste nello stesso modo quando arriva dicembre, un detenuto non ha sapone e carta igienica a sufficienza e così via di seguito se parliamo delle esigenze materiali; ma il bisogno primario è quello di essere ascoltato e non essere giudicato ogni giorno, dal momento che lo ha già giudicato un Tribunale”.

Le famiglie e la rete dei rapporti famigliari resta oppure si perde nel tempo?

“Ovviamente varia da caso a caso: molti di loro non sanno neanche cosa sia una famiglia, altri ne hanno una ma distante migliaia di chilometri, altri ancora non hanno più contatti proprio perché le scelte sbagliate li hanno allontanati; non sono moltissimi in effetti coloro che hanno rapporti saldi e costanti con le loro famiglie di origine”.

Come vi sostentate?

“In passato abbiamo beneficiato anche del sostegno dei Servizi Sociali o dei contributi aggiudicati partecipando a qualche bando regionale; la crisi degli ultimi anni ha cambiato un po’ tutto: oggi continua a sostenerci costantemente la Diocesi di Viterbo, la Caritas e anche qualche fondazione privata; ma non possiamo dimenticare la generosità di molti privati cittadini tra i quali anche diversi commercianti che donano i loro articoli che possono essere per noi preziosi; anche le Parrocchie organizzano raccolte specialmente in alcuni periodi come la Quaresima ma non solo”.

Progetti futuri?

“Nel nostro settore è difficile fare programmi. Dipendiamo da una serie di variabili per noi imponderabili e di conseguenza dobbiamo cambiare rotta in funzione dei cambiamenti: negli ultimi due anni ad esempio è stato smantellato il reparto di Alta Sicurezza, sono aumentati gli stranieri, aumentano le presenze dei detenuti psichiatrici o a doppia diagnosi a causa della chiusura degli Opg; sono tutte situazioni che ci inducono a nuove modalità di accompagnamento.

In conclusione si vive un po’ alla giornata ma sempre fiduciosi nella Provvidenza, nella generosità delle persone e nelle possibilità di cambiamento del genere umano”.

Decarta racconta la Tuscia