Sessantotto, la rivoluzione incompiuta di cui la nostra generazione sta pagando le conseguenze (cinquanta anni dopo)

Sessantotto, la rivoluzione incompiuta di cui la nostra generazione sta pagando le conseguenze (cinquanta anni dopo)

Molto rumore per il cinquantenario del 1968. Tantissimi gli speciali, gli approfondimenti, i docufilm e  i talk show, dedicati. Sarebbe interessante però se questo anniversario diventasse non solo momento celebrativo, ma soprattutto un’ occasione per fare i conti con quegli anni e capire quale eredità ci ha lasciato la cosiddetta “fantasia al potere”.

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Ragazzi che marciano per le strade, erigono barricate, si scontrano con la polizia, intonano canti popolari, si radunano nei prati e nelle aule delle università. Al di là della retorica celebrativa è necessario approfondire e capire cosa sia successo per riaprire un nuovo dibattito tra generazioni.

Il Sessantotto principalmente fu un assordante, violento duello verbale tra generazioni. Un conflitto forse inevitabile: discorsi vibranti declamati nelle aule occupate, slogan scritti a caratteri cubitali su muri e striscioni, ciclostilati su volantini, urlati tanto nei cortei quanto nelle case durante un durissimo scontro generazionale.

Tale scontro aveva covato come il fuoco sotto la cenere. Il boom economico, i grandi flussi di denaro del Piano Marshall, la spensieratezza dopo due guerre mondiali e la necessità di ricostruire una nazione avevano solo rimandato la data dell’ inizio del conflitto generazionale. Fino al fatidico 1968…

Ma cosa quale eredità ci ha lasciato il 1968? La fantasia al potere ha veramente cambiato il volto della nazione? Oppure si è trattato di uno dei più grandi bluff del dopoguerra? Dare una risposta non è semplice. Per questo è importante saper leggere i dati. Oggi i rivoluzionari del Sessantotto hanno circa 70 anni e stanno in cima alla piramide socio-economica. Il confronto, rispetto ai ventenni e ai trentenni del ventunesimo secolo è umiliante: i nostri giovani oggi sono numericamente pochi, scarsamente richiesti sul mercato del lavoro, vivono nell’era della crescita del pil a punti decimali, non il 5% degli Anni Settanta.

I nostri ragazzi si trovano con ben due generazioni sopra la testa, più numerose di loro, più ricche di loro, che occupano posizioni di potere da cui non si distaccheranno mai, che hanno beneficiato del più grande boom di crescita della storia, in gran parte finanziato facendo debiti, sotto forma di titoli di stato. Debiti che i giovani di oggi stanno contribuendo a ripagare, insieme alle pensioni e alle spese sanitarie, con i propri versamenti e ritenute fiscali: non la migliore posizione per alzare la testa e lanciarsi in nuove sfide.

Eppure i nostri ragazzi dovranno “cantare e portare la croce”, dovranno caricarsi sulle spalle anche gli strascichi di una rivoluzione annunciata e mai portata a compimento. Doveva cambiare tutto e non è cambiato nulla. Anzi, forse è cambiato… in peggio. 

Il Sessantotto che è stato salutato come una “rivoluzione progressista”, anche per le brillanti carriere che molti protagonisti di quella stagione hanno fatto, oggi appare non solo come un momento di crisi dell’Occidente, ma della stessa Sinistra che ne doveva incarnare l’anima più profonda.

Paradossalmente, quando famiglia e morale “borghesi” diventano un ostacolo per l’espansione della sfera economica, ecco che il capitalismo, generalmente considerato come una realtà “di destra” sposa la morale libertaria di sinistra. Il “vietato vietare”, l’accento posto sulla “libertà” piuttosto che sul “dovere morale”, la dissoluzione di ogni legame istituzione tradizionale (Famiglia, Chiesa, Stato) accusati di fascismo ha finito per spianare la strada a un capitalismo che si basa su di un super- individualismo, che fa della retorica dell’uomo libero, artefice di se stesso, la propria pietra angolare.

Decarta racconta la Tuscia