Un viterbese in Antartide – Destino Station Antarctica

Un viterbese in Antartide – Destino Station Antarctica

Bruno Pagnanelli ha attraversato il mondo e ha iniziato a vivere un'avventura di quelle che non è possibile non raccontare: una spedizione in Antartide. Godetevi il prologo.

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Bruno Pagnanelli ha attraversato il mondo e ha iniziato a vivere un’avventura di quelle che non è possibile non raccontare: una spedizione in Antartide. In questi anni lo abbiamo conosciuto per le sue foto fantastiche e per il Bar de La Fune, con cui ha raccontato a modo suo Viterbo e la vita che ci gira intorno. Ora il Bar de La Fune rimarrà per un po’ senza parlare. Parlerà l’Antartide e vi racconteremo, per i modi e i tempi possibili, un viaggio e un’esperienza unici. Godetevi il prologo. Il tutto in forma di diario scritto dallo stesso Pagnanelli.

 

Se ci fossero stati i due vecchietti avrebbero detto: “Alla fine je l’émo cavata!”

Beh lunga è lunga..
Dico solo che sono le 4 di mattina ho gli occhi spalancati, il vicino della camera accanto ha aperto una segheria e ho 11 ore di fuso orario sulla “cotozza”. Misà che scrivere il diario, sia la cosa migliore da fare. D’altronde finché c’è rete c’è speranza.

Si inizia con tre ore di code, fra auto in rientro dalla domenica e controlli di sicurezza, tra Viterbo, Roma e Fiumicino. Sembra di stare nei sobborghi di Blade Runner, solo che c’è il sole e un tramezzino costa cinque euro. E poi cantieri, lavori, cartelli con scritto “stiamo lavorando per voi”, con l’idea che sia tutto una tramoggia di mazzette, di quelle che si scopriranno poi.

Per carità, magari è tutto regolare, ma l’impressione che si ha è che con i tempi biblici della burocrazia italiana, tu fai un terminal e quando è finito è già vecchio. Io Fiumicino non l’ho mai visto finito.

Poi 5 ore e mezzo per Dubai, dove fai il viaggio con una mandria di asiatici che fanno di tutto per far sentire e odorare ogni tipo di effluvio corporeo a tutto il resto dei passeggeri, fra scaracchi, sbadigli simili a ululati, piedi nudi, con i tarzanelli fra le dita, trovati fra i braccioli e scoregge lasciate nel corridoio. Alcuni palesano evidenti lamentele con le hostess.

Ah dimenticavo: la Emirates secondo me fa casting per le hostess. Una più bella dell’altra, vestono una divisa sobria (senza quella cagata di cane sulla testa come nelle nuove divise Alitalia) e sono veramente efficenti. Ce n’era una che sembrava Grace Kelly e praticamente ha steso l’intero settore maschile destro dell’Airbus 380.

Poi 6 ore e mezzo per Bangkok, arrivi, esci e rientri sullo stesso aereo dopo 45 minuti, body scanner e infiniti controlli di sicurezza. Altre 9 ore per Sydney, arrivi, esci e rientri sullo stesso aereo, dopo 45 minuti e altri controlli di sicurezza, poi altre 3 ore per Christcurch e la dogana neozelandese, quella che ha miss Marple che ti sorride e ti fa 400 dollari di multa se non gli dici che hai le scarpe con il residuo di terra sotto…

Mi chiedo poi, ma che senso ha ricontrollarmi ogni scalo?
E’ una tourneè per i nostri zaini o un addestramento voluto per i doganieri? Perché mi chiedo: ma cosa cazzo mi posso portare di diverso se scendo dall’aereo? i coltellini a spatola per il burro? le bustine di pomodoro e piri piri usate per il condimento?

Vabbè…

Risultato: 26 ore senza nicotina, evidente stato di alterazione per culo spiattellato e schiena a pezzi, ascella e alito pezzato, dopo aver mangiato ogni serie di porcheria offerta, compreso il famoso garlic al pollo (perché il pollo era a condimento), che mi guardava così innocuo da dentro la sua scatoletta di plastica, così tenero, così mansueto. E’ arrivato completo di ogni condimento, sembrava assolutamente normale ma una di quelle cose che lascia la tua bocca come una cloaca di Varanasi. E il resto, tutto zippato in bustine che si aprono solo con la spada laser e che se ci provi coi denti fallisci miseramente.

Nel frattempo, il mio zaino è diventato come un’acquasantiera per i doganieri.

Il pubblico dell’aereo cambia sempre. Arabi (e il nugolo di asiatici scoreggioni) per Dubai, europei e asiatici educati per Bangkok, poi australiani e infine i neozelandesi. Perché loro li riconosci subito, sono diversi. Non si curano dell’aspetto, (come la famiglia con la 14enne che fa il viaggio in pigiama), non possiedono magliette e camice coordinate con le borse o gli accessori, non hanno maglie firmate.

Però sono tonici, educati, silenziosi, sono spettinati, sono bruciati dal sole e dal vento, si vede che usano l’aria aperta, la vivono e se ne curano. Mamme con le scarpe da trekking, figli che giocano a rugby segnati da cerotti e graffi, bambini che camminano gattoni sotto i sedili e che sorridono a tutti. Mi viene in mente un bambino simile in Italia: “A Kevin veni qquà, nun te zozzà, che dopo te vène ‘l raffreddore e io c’ho dannà a ffà pilates…”

Dopo i controlli di dogana, la Nuova Zelanda è lì fuori e ti sorprende sempre.
Che tu ti dici: “ma come cazzo fanno?”. Sono 4 milioni, su un territorio come il nostro e sembra di stare immersi nelle case coi fiorellini, quelle di Frodo del Signore degli anelli. Mi viene in mente via della Capretta a Viterbo.

E’ tutto essenziale. Meno fregnacce, meno interruttori, meno design, ma tutto molto più vivibile. Il locale dove arriviamo, ci ospita per una cena di benvenuto e di augurio, con il sindaco di Christchurch e i rappresentanti dell’Antarctic center, delle spedizioni e del governo neozelandese.

Poche cravatte, bicchieri in mano, tutti molto cordiali, pochi fronzoli e cerimoniali, quelli deidi leccaculo che ti dicono “Miscusi ma lei chi è?, Su.. su.. qui non può stare.. è riservato”.
Tutti parlano con tutti, ci si mischia, ci si capisce anche se si parla in lingue diverse. I tavoli sono senza tovaglie, si mangia su piatti messi sul legno. Sarà meno bello, sarà da barbaro, ma è molto piacevole, familiare, come quando ti alzi e vai a prendere il cibo, fai la fila, insieme a tutti.

Dice che tutto questo ha un prezzo… Il rispetto per il mondo intorno.

Lascio solo due foto. Il tramonto, che da dopodomani non vedrò per 4 mesi e un vigneto lì fuori…
Godetevi il consumismo dell’anima. Io mi godo la brezza della sera e l’erba sotto i piedi (ancora per poco).

bruno

Decarta racconta la Tuscia