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Sfida Camera di Commercio – Barlozzini duro con sindacati, industriali e Comune di Viterbo per il silenzio sulle riforme dell’ente

Sfida Camera di Commercio – Barlozzini duro con sindacati, industriali e Comune di Viterbo per il silenzio sulle riforme dell’ente

Nel resto del Lazio sindaci e sindacati si sono dati da fare per costruire un fronte, e far sentire la propria voce, contro le riforme che rischiano di stravolgere il sistema delle Camere di Commercio. Barlozzini si domanda il perché e "picchia" duro anche su Unindustria.

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camera commercioSi torna a parlare di Camera di Commercio. Nella giornata di oggi il candidato alla presidenza Mauro Barlozzini ha inviato ai giornali cittadini un comunicato di fuoco con il quale pone punti interrogativi su tutta una serie di comportamenti che si registrano in città. Pone anche perplessità sull’atteggiamento di Confindustria, che sembra essere ispiratrice e fautrice del piano di riforma del governo degli enti camerali. Piano di riforma che di fatto depotenzia queste realtà. Un intervento, quello di Barlozzini, controfirmato dalle sigle associative che sostengono la sua candidatura a presidente dell’ente di via Fratelli Rosselli: Confartigianato Imprese di Viterbo, Ascom – Confcommercio, Confesercenti e Federlazio.

IL COMUNICATO DI BARLOZZINI, FIRMATO DALLE FORZE CHE SOSTENGONO LA SUA CANDIDATURA

E’ ovvio che l’universo delle camere di commercio, additato dal governo come fonte di un potenziale risparmio per il sistema delle imprese di 400 milioni di euro l’anno e dipinto da Confindustria come un “sistema oneroso” e “ridondante rispetto alle attività svolte”, cerchi di salvarsi dal rogo approntato da chi ritiene, come Squinzi, che sia il caso di “rifocalizzare” e “delimitare le funzioni delle Camere”, valutando anche un “definitivo superamento del sistema”.

Mi sento mille miglia distante dal pensiero espresso dal presidente nazionale degli industriali, così come profondamente diversa è la mia valutazione del processo di autoriforma del sistema camerale laziale rispetto alle esternazioni del presidente provinciale di Unindustria, che ha laconicamente liquidato l’intera questione asserendo che si tratta di un “provvedimento che era nell’aria, frutto dell’assenza di autocritica da parte degli attori principali”.

L’unica cosa che mi sento di condividere è che la critica viene da una parte numericamente secondaria del mondo associativo presente nelle Cciaa, quella appunto degli industriali.

Scendendo sul piano dei contenuti vorrei ricordare, in tema di efficacia ed efficienza dell’azione svolta, che solo il 46% dei diritti versati dalle imprese serve alla copertura degli stipendi ed alla gestione degli uffici delle CCIAA, mentre le medesime voci di spesa valgono il 70% delle risorse gestite dalla Pubblica Amministrazione (fonte: repubblica.it).

Le PMI, a fronte del pagamento di un diritto annuale medio di circa 100 euro, ricevono complessivamente oltre 500 milioni, in forma diretta o indiretta, dal sistema camerale per il finanziamento, tra l’altro, dell’internazionalizzazione, della partecipazione a fiere e manifestazioni promozionali, oltre al sostegno al credito mediante il sistema dei Confidi, che da solo assorbe 70 milioni di euro l’anno, garantiti per legge nel triennio 2014-2016.

Inoltre non va dimenticato che fonti Unioncamere stimano in 2500 i posti dei lavoratori del sistema camerale a rischio per effetto delle riforme annunciate, con un effetto recessivo stimato dalla Cgia di Mestre di circa 2,5 miliardi di euro.
Per questi motivi il capitolo delle CCIAA, all’interno del disegno di legge sulla riforma della Pubblica Amministrazione, si va arricchendo di contributi da parte di parlamentari d’ogni estrazione politica, i quali non mancano di evidenziare come la sforbiciata sui diritti camerali può comportare effetti negativi per la finanza pubblica.

Solo una contrazione della spesa correlata a servizi e interventi non obbligatori può essere attuata senza impatti sui conti pubblici, ma tale risultato in ambito camerale non è affatto scontato in quanto, il mantenimento del sostegno al credito per le PMI e dell’attuale livello occupazionale, valgono da soli oltre il 50% del gettito del contributo annuale.

Ritengo quindi che l’esperienza delle CCIAA vada difesa, in primo luogo dalle stesse imprese e dalle associazioni che le rappresentano, ma anche da parte delle rappresentanze sindacali dei lavoratori e dalle amministrazioni locali. Non è un caso che, sempre rimanendo in ambito regionale, nella provincia di Frosinone ci sia stata una mobilitazione generale di CGIL, CISL e UIL per sostenere la manifestazione di protesta del 23 luglio a Roma, mentre il sindaco di Latina era presente alla stessa manifestazione, in prima linea, per testimoniare l’importanza economica sul territorio delle Camere di Commercio.

Devo purtroppo constatare che a Viterbo le vicende camerali si alimentano unicamente dello sterile confronto a distanza delle due candidature in lizza per l’imminente rinnovo degli organi, questo senza che nessuno, fatta eccezione per le associazioni dei consumatori e lo schieramento che mi sostiene composto da Confesercenti, Confcommercio, Confartigianato e Federlazio, cerchi di portare in evidenza le fondamentali questioni legate alla stessa sopravvivenza dell’ente di Via Rosselli.

Tacciono tutte le sigle associative che hanno sottoscritto il Patto per la Tuscia, compresi i sindacati dei lavoratori, così come distante appare l’amministrazione del sindaco Michelini, forse troppo impegnato nella discussione del bilancio di previsione 2014 e nel varo dell’imposta di soggiorno che dal 2015 graverà sui visitatori della città dei Papi. Forse tutti confidano in un futuro migliore, illuminato da una rivoluzione urbanistica che a colpi di join-venture tra pubblico e privato farà crescere con criteri moderni la città di Viterbo.

Forse senza la locale Camera di Commercio ci sarà più spazio anche per nuovi piani integrati e più occasioni di far reddito per le imprese di costruzione. Tutto ciò in cambio di opere pubbliche senz’altro contrattate alla luce del sole, e magari anche con la creazione di qualche nuovo posto di lavoro, il tutto finalizzato alla realizzazione di case all’avanguardia, figlie della bioedilizia. Questo futuro sarà anche diverso da quello disegnato dai cementificatori dei decenni passati, ma ricorda in modo impressionante un sogno di modernità di appena cent’anni fa: quello descritto nel 1911 da Umberto Boccioni ne “La città che sale”, per rappresentare un futuro imminente di progresso, crescita e modernità.

Solo che di fronte ai propositi dei nuovi costruttori viterbesi non provo le stesse emozioni ed il medesimo slancio che ha sempre suscitato in me l’immagine del capolavoro futurista, forse perché non è questo che oggi chiede il piccolo esercente stremato dalla crisi in attesa della ripresa dei consumi, l’agricoltore della nostra provincia che vorrebbe collocare in modo dignitoso i suoi prodotti di qualità ora sottopagati, l’artigiano che chiede di vedere apprezzata la qualità dei suoi manufatti, il piccolo industriale che cerca uno sbocco internazionale per la sua produzione d’eccellenza ed anche l’operatore turistico che da sempre vede frustrato il desiderio di una efficace promozione dell’immagine del territorio. Di questi temi vorrei dibattere e discutere con tutti gli interlocutori interessati, sempre più convinto che l’assenza di risposte attesti l’esistenza di interessi altri e diversi, mentre il silenzio tenga sopite differenze e contraddizioni che affiorerebbero in un confronto aperto e quanto mai utile alla valorizzazione del ruolo della Camera di Commercio ed alla ripresa dell’economia locale.

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