Monastero di S. Rosa, servirebbe un gesto per le clarisse

Monastero di S. Rosa, servirebbe un gesto per le clarisse

Non sono un vescovo, né un alto prelato. Forse per questo non capisco come si possa fare quello che stanno facendo. Per questo chiedo al vescovo di far rimanere a Viterbo almeno suora Annunziata, con rispetto ma anche con convinzione di essere nel giusto. Vorrei che lo facessero in tanti.

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Settecento anni di storia cancellati di colpo. Viterbo non è più la stessa, con il passaggio di mano del monastero di santa Rosa dalle clarisse alle alcantarine. Se ne va un pezzo profondo della storia della città. Una città che ha chiesto tanto, nei secoli, a queste suore di clausura e che ora le guarda andare via senza dare un segnale.

Nessuno chiede una rivolta, non è il caso. Servirebbe però un gesto. Un gesto per dire grazie, per dire vi vogliamo bene, per dire per noi siete preziose. Servirebbe che le ultime tre clarisse rimanessero al loro posto, vicino al corpo della patrona. Ma questo non pare possibile. Le alte sfere non lo vogliono, magari un giorno ci spiegheranno il perché oppure lo capiremo da soli.

Non riusciamo a comprendere i motivi del trasferimento. Per noi è un mistero religioso e non ci convince la lettera della Curia dove viene dato il benvenuto, che rinnoviamo, alle alcantarine e ci si limita a poche righe di ringraziamento alle clarisse.

Servirebbe un gesto per dire ciao a queste suore. Così fragili, così silenziose, così nascoste eppure così vive nell’anima più profonda di Viterbo. I viterbesi guardano. Alcuni restano in silenzio, altri sono indignati, altri ancora non capiscono. Ci piacerebbe che domattina la gente di questa città portasse una rosa bianca davanti al monastero, una rosa per segnare questo momento. Oppure una lettera, dove lasciare il proprio saluto. Se volete mettiamo a disposizione le pagine di questo giornale a chiunque di voi voglia intervenire e scrivere alle clarisse (l’indirizzo è [email protected]).

Di suor Annunziata Campus, la badessa, ho un paio di ricordi preziosi. Il primo mi riporta ai giorni di Baku. La intervistammo per la trasmissione radiofonica ‘Aspettando Santa Rosa’. Ci chiede poi di avvisarla in caso di riconoscimento del titolo Unesco, perché avrebbero suonato le campane a festa. E ricordo quando abbiamo appreso, dalla voce rotta dalla commozione del presidente Massimo Mecarini, della vittoria quel messaggio inviato e la risposta commovente. Messaggio che tengo per me, custodito nei ricordi.

La incontrammo al monastero, divisi dalle sbarre della clausura, l’anno successivo. Passammo un’ora circa ad ascoltare il suo racconto sui viterbesi, anche di altre religioni, che si recano in visita al corpo della santa. Sorrido quando penso a suor Annunziata ed è triste sapere che non finirà il suo tempo in un luogo che ha sempre amato. Tanto da lasciare la sua splendida Sardegna per arrivare qui, oltre le grate del monastero.

Non sono un vescovo, né un alto prelato. Forse per questo non capisco come si possa fare quello che stanno facendo. Per questo chiedo al vescovo di far rimanere a Viterbo almeno suora Annunziata, con rispetto ma anche con convinzione di essere nel giusto. Vorrei che lo facessero in tanti. Magari non servirà a nulla ma sicuramente servirà per poter dire domani “io non ero d’accordo”.

Perché credo che il male, come insegna Hannah Arendt, è banale. E non c’è niente di più banale del rimanere in silenzio.