L’importanza di capire, 70 anni fa come ora in tre pietre

L’importanza di capire, 70 anni fa come ora in tre pietre

Tre pietre per ricordare, non una lezione di storia ma come funziona la vita. Come funziona l'uomo, con tutta la sua vigliaccheria e il coraggio.

ADimensione Font+- Stampa

pietre 02

“E’ come riportarli a casa”, oggi Viterbo ha ripercorso 70 anni all’indietro e in un certo qual modo ha riscattato se stessa. Se un riscatto è in qualche termine possibile. Nel 1944 dal civico 19 di via della Verità vennero rastrellati tre ebrei. Destinazione Auschwitz. Parola che fa venire i brividi, come fosse il nome di un demonio. Da qui vennero strappati via Emanuele Vittorio Anticoli, Letizia Anticoli e Angelo Di Porto. Un padre, sua figlia e il marito di lei. Trovarono la morte nei lager nazisti, divisi l’uno dall’altra. Probabilmente gli occhi di Letizia poterono incontrare, un’ultima volta, quelli del padre in fila per le camere a gas.

Settanta anni fa. E oggi un geniaccio di nome Gunter Demnig li ha riportati a casa, davanti al portone. Tre “pietre d’inciampo”, questo è il termine con cui vengono definiti tre sanpietrini dorati, stanno lì. Un progetto artistico e culturale che ha sparso già per le città europee 48mila pezzi come questi. Tasselli di un memoriale straordinario, per non dimenticare.

Perché la memoria è uno scudo che può difenderci da tanti errori, dalla vigliaccheria e dalla semplificazione. E in un certo qual modo, per uno strano intreccio del destino, il sindaco di Viterbo riesce a cogliere, e a renderlo sentimento di tutti i presenti, un parallelismo con l’oggi. Con i fatti francesi, stramaledetti fatti parigini che sono costati la vita a 12 giornalisti di Charlie Hebdo.

“La memoria per evitare queste tragedie, anche quando si presentano sotto altre forme”, dice Adachiara Zevi. E’ lei il presidente dell’associazione ArteinMemoria che cura il progetto delle ”pietre d’inciampo”. E mentre Viterbo splende, della luce dei giusti, in un giovedì mattina di settanta anni dopo, sui social altri viterbesi (come tanti altri italiani) parlano dei fatti francesi come di una dichiarazione di guerra.

Tornano le parole “noi” e “loro”, non a indicare una ricchezza e una bellezza che sta nella diversità. Un “noi” e “loro” che tracciano il confine degli amici e dei nemici, delle differenze pericolose e da scacciare.

Si attaccano i nostri concittadini a leader politici che dimostrano di non avere memoria, di non essere neppure andati a scuola. A leader che colgono nei fatti di Francia occasione per gettare l’amo ai polli, polli da voto. “Noi” e “loro”. “Ariani” ed “ebrei” ieri, “europei” e “musulmani” oggi. La differenza sarebbe in qualche modo nella fede, in un qualche Dio da tirare a proprio uso e consumo per la giacchetta.

Gli ebrei non erano forse cattivi perché crocifissero Gesù Cristo? Nell’Italia del Ventennio questo era un racconto per bambini che piaceva tanto. La religione come strumento di lotta. Lotta che fa male a tutti, ma che magari rende leader l’incapace di turno, che non avrebbe altri strumenti per emergere se non quelli dell’odio, della semplificazione e dell’inganno.

Ne ho letti di post facebook di nostri concittadini in queste tristi ore che parlano del “musulmano” come del cattivo da tenere fuori “da casa nostra”. Cattivi i “musulmani” oggi, come gli “ebrei” ieri. Stamattina Viterbo non ha parlato di una cosa di settanta anni fa. Ha parlato di un’umanità diversa, di un’umanità altra. Quegli ebrei, dicono le storie cittadine, furono venduti da viterbesi per un pugno di farina o poco più. Qualcuno andò anche a saccheggiare la loro casa, quando li rastrellarono.

Finita la posa delle “pietre d’inciampo” sono entrato in quel portone. Uno strano caso del destino ha voluto che in quel palazzo abiti oggi, settanta anni dopo, una mia amica. Ho salito le scale e le ho guardate. Ho pensato a Emanuele Vittorio, ad Angelo e a Letizia. Mi sono affacciato alla finestra e ho visto il nipote e le pronipoti di Angelo. Una di loro, la più grande, ha anche pianto.

Dall’altra parte della strada, quasi ammutoliti, i ragazzi delle scuole. Speriamo non abbiano mai bisogno delle semplificazioni e dell’odio degli stolti. Scendendo ne ho trovati due, fermi. Fissavano le tre pietre brillare. Poi è arrivato uno in macchina e ha iniziato a suonare il clacson e a insultarli: voleva parcheggiare lì. I ragazzi lo hanno invitato a scendere, quando ha visto e capito si è fermato anche lui, fisso. Capire è importante, sforziamoci sempre di capire.