

VITERBO – A Sant’Ambrogio il feretro ornato da un girasole, le istituzioni e la basilica gremita. Ma da Viterbo, nel silenzio commosso di chi ha condiviso pane e speranza, si alza il cartone animato dei ragazzi di Juppiter.
C’è un dolore che non fa rumore ma scava dentro, lasciando solchi profondi come le lacrime sul volto di Salvatore Regoli o quel gesto di Franco che si sfrega le mani, quasi a cercare calore in un giorno d’agosto che improvvisamente si è fatto freddo. A Milano, nella basilica di Sant’Ambrogio gremita fino all’inverosimile, il feretro di don Antonio Mazzi è arrivato accompagnato da un lungo applauso e adornato da un semplice, luminoso girasole. C’erano le autorità, il sindaco Giuseppe Sala, il prefetto Claudio Sgaraglia, il presidente dell’Inter Beppe Marotta e tantissimi cittadini che in questi due giorni al Parco Lambro hanno voluto sfilare davanti al prete di frontiera che a 96 anni ha chiuso gli occhi sulla terra per spalancarli sull’infinito.
Ma mentre la Milano ufficiale dava l’addio al fondatore di Exodus, da Viterbo e dalla nostra terra partiva un abbraccio che ha la forma dell’anima e la freschezza dell’infanzia. I ragazzi viterbesi di Juppiter, quelli che con don Antonio hanno mangiato tanti piatti di pasta, condiviso sorrisi, fatiche e sguardi, hanno realizzato un cartone animato per salutarlo. Per chi quei ragazzi li conosce, per chi ha diviso con loro un pezzo di strada, è facile riconoscerli in quei tratti animati, in quelle sagome “cartonate” che si muovono sulle note immortali di “Io Vagabondo” dei Nomadi, una canzone che il Don amava visceralmente, fatta di strade, di libertà e di amore per gli ultimi.
Al centro di questo commovente omaggio c’è la preghiera del ciao, il testamento spirituale che don Antonio ha lasciato in eredità al mondo. Una condensazione perfetta del Vangelo di Cristo racchiusa in quattro lettere. Lo ha ricordato con parole taglienti e piene di luce don Massimiliano Parrella durante l’omelia: «C’è una parola che risuona in questa basilica che don Antonio apprezzava: “ciao”. Oggi qui comprendiamo che quel “ciao” non era una semplice parola, era riassunto del suo Vangelo. Dietro quel “ciao” c’era tutto, il detenuto che non voleva più il suo futuro, l’operatore, un Dio che non chiude mai la porta a nessuno, il tossicodipendente». E ancora: «Oggi non ti salutiamo guardando indietro, ma guardando avanti perché il tuo “ciao” non chiude una storia, ma ne apre infinite altre».
Un testamento spirituale distribuito fuori dalla basilica in piccoli volantini, prima che la bara lasciasse la chiesa tra la commozione generale. Un testo che profuma di Vangelo vissuto sulla strada: «Il ciao è leggero come un bacio. Il ciao è dolce come un cioccolatino. Il ciao è fraterno come un abbraccio. Il ciao è travolgente come un sorriso. Il ciao: è tutto è niente è italiano è universale è familiare è maschile è femminile è singolare è plurale è laico è religioso. Il ciao lo voglio scritto sulla mia tomba perché dice, con quattro lettere, chi sono, cosa ho fatto e cosa farò. Signore, ciao!».
Don Antonio se ne è andato così, insegnandoci che la fede non ha bisogno di cattedre algide ma di mani tese, di avamposti di umanità dove chi il mondo chiama “fallito” viene chiamato semplicemente “figlio”. E mentre la Tuscia si stringe attorno ai suoi ragazzi, a Salvatore, a Franco e a tutta la grande famiglia di Juppiter, resta negli occhi quell’immagine semplice: un girasole sulla bara, le note dei Nomadi che risuonano nel cuore e un “ciao” che non è mai un addio, ma l’inizio di un viaggio eterno.




















