Tutto su Ombre Festival, intervista a Maurizi
Alessandro Maurizi, primo premio narrativa con Gianni Lucini, presidente di giuria e Claudio Ardigò
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"Ai giovani dico siate curiosi e di non permettere a nessuno di scegliere al posto loro cosa devono leggere, ascoltare o pensare. 

VITERBO – Lo abbiamo inseguito per tutto il tempo del Festival perché avevamo intuito che questa del 2026 sarebbe stata la sua estate. Alessandro Maurizi, una vita in polizia, scrittore, personalità interessante, volto di un Festival che, indipendentemente da come la si possa pensare, ha segnato l’estate viterbese. Ecco l’intervista che La Fune  – Il Giornale dei Viterbesi ha voluto fargli.

 

Ombre Festival è ormai una delle manifestazioni culturali più importanti della Tuscia. Quando è nata questa intuizione e quale idea di cultura voleva proporre fin dall’inizio?

“Ombre nasce da un’intuizione che risale al 2016 e, probabilmente, anche dalla mia esperienza personale e professionale. Ho trascorso gran parte della mia vita nella Polizia di Stato e questo mi ha portato inevitabilmente a osservare la società da un punto di vista particolare, spesso entrando in contatto con le sue contraddizioni, le sue fragilità e, appunto, le sue ombre.

Quando abbiamo immaginato il Festival, però, non volevamo creare una manifestazione riservata ai temi della legalità. Volevamo qualcosa di più aperto: un luogo nel quale letteratura, giornalismo, politica, giustizia, arte, musica, spettacolo e società potessero incontrarsi.

L’idea di fondo era, ed è rimasta, molto semplice: gli eventi sono un momento per fare luce sulle ombre dell’essere umano e della società. Negli anni il Festival è cresciuto, ma credo che quella prima intuizione sia rimasta intatta”.

Perché avete scelto il nome Ombre? Oggi, in un mondo sempre più complesso e polarizzato, cosa rappresentano quelle “ombre”: problemi da illuminare, verità da cercare o complessità da comprendere?

“Direi tutte e tre le cose, aggiungendone una quarta: le ombre sono anche una parte dell’essere umano. Non tutto ciò che è ombra è necessariamente male. L’ombra è ciò che non conosciamo, ciò che preferiamo non vedere, ciò che la società lascia ai margini; ma è anche il dubbio, la parte nascosta delle persone, la complessità che sfugge alle risposte semplici.

Viviamo in un tempo che tende a dividerci continuamente: destra o sinistra, buoni o cattivi, con noi o contro di noi. Io credo invece che la cultura debba fare esattamente il contrario: complicare le domande, quando è necessario, invece di semplificare artificialmente le risposte. Fare luce sulle ombre non significa cancellarle, ma imparare a riconoscerle e comprenderle”.

Viterbo è una città con delle ombre? Se sì, quali ritiene siano oggi le più importanti: culturali, sociali, civiche o economiche? E quale contributo può dare la cultura per affrontarle?

“Tutte le città hanno delle ombre e Viterbo non fa eccezione. Sarebbe ingeneroso, però, ridurle a un elenco di problemi. Viterbo possiede un patrimonio storico, artistico e umano straordinario e credo che una delle sue ombre sia proprio la difficoltà, che abbiamo avuto per molti anni, nel prendere pienamente coscienza delle nostre potenzialità.

Abbiamo bisogno di una maggiore capacità di fare sistema. Talvolta siamo bravissimi a costruire singole iniziative, meno bravi a metterle in relazione. E una città che vuole crescere culturalmente deve superare personalismi, appartenenze e piccoli steccati.

La cultura da sola non risolve i problemi economici o sociali, e sarebbe retorico sostenerlo. Può però cambiare il modo in cui una comunità guarda sé stessa. Può creare consapevolezza, partecipazione, senso di appartenenza e persino economia. Una città culturalmente viva è anche una città più attrattiva, più aperta, più capace di trattenere i giovani e di attirare persone, idee e investimenti”.

Ombre ospita magistrati, giornalisti, scrittori, filosofi, politici e artisti. Qual è il filo conduttore che unisce personalità così diverse e come nasce la scelta degli ospiti?

“Il filo conduttore non è l’appartenenza, ma la capacità di avere qualcosa da raccontare e di suscitare una riflessione. Sul palco di Ombre sono salite e continueranno a salire persone con idee molto diverse tra loro. Questa per me non è una debolezza, è uno dei punti di forza del Festival.

L’ho detto anche recentemente: Ombre non è né Atreju né la Festa dell’Unità. Non chiediamo agli ospiti da che parte stanno prima di invitarli. Chiediamo, idealmente, se hanno qualcosa di interessante da dire. Naturalmente esiste un limite invalicabile, che è quello del rispetto delle persone e delle regole della convivenza civile.

La scelta nasce quindi dai temi prima ancora che dai nomi. Ci interessano le persone capaci di aiutarci a leggere una delle tante ombre del nostro tempo. E qualche volta è proprio mettere sullo stesso palcoscenico sensibilità lontane dalla nostra che rende un incontro culturalmente utile”.

In un tempo in cui il confronto pubblico sembra spesso trasformarsi in scontro, il Festival vuole essere soprattutto un luogo di dibattito, di mediazione o di ricerca della verità?

“Direi soprattutto un luogo di confronto. Non credo che un festival debba stabilire quale sia la verità e neppure necessariamente mediare tra posizioni diverse. Deve creare le condizioni perché quelle posizioni possano esprimersi e incontrarsi.

Oggi abbiamo un problema enorme: ascoltiamo sempre più spesso soltanto chi la pensa come noi. I social hanno accentuato questa tendenza e il confronto rischia di diventare una successione di tifoserie contrapposte. La cultura, invece, dovrebbe avere il coraggio di farci ascoltare anche qualcosa che ci disturba, che mette in discussione le nostre convinzioni.

Ombre non vuole dire alle persone cosa devono pensare. Vorrebbe contribuire a dare loro strumenti in più per pensare con la propria testa. Mi sembra una differenza fondamentale”.

Quest’anno una parte importante del programma è stata dedicata a San Francesco. Perché avete sentito l’esigenza di riportare questa figura al centro della riflessione culturale? Quale messaggio francescano ritiene oggi più attuale?

“Abbiamo voluto dedicare una sezione del Festival agli ottocento anni di Francesco d’Assisi senza trasformare Ombre in una manifestazione religiosa. Francesco, infatti, appartiene certamente alla storia della Chiesa, ma la sua figura parla anche a chi credente non è.

Ci interessa soprattutto il Francesco rivoluzionario. L’uomo che sceglie gli ultimi, che mette in discussione il potere e la ricchezza, che parla di pace mentre intorno a lui si combattono guerre, che guarda alla natura non come qualcosa da possedere ma come parte di noi.

Da qui è nato il percorso “Dove cade l’ombra, nasce la luce – 800 anni con Francesco d’Assisi”. In un tempo segnato da guerre, disuguaglianze, solitudini, violenza verbale e sfruttamento dell’ambiente, credo che il messaggio più contemporaneo di Francesco sia proprio la capacità di riconoscere l’altro. Soprattutto quando l’altro è fragile, povero, escluso o semplicemente diverso da noi.

Viterbo e la Tuscia stanno lavorando alla candidatura a Capitale Europea della Cultura 2033. Che ruolo può svolgere Ombre in questo percorso? Può essere uno dei pilastri di un progetto culturale stabile e non limitato ai giorni del Festival? Crede sia necessaria una regia unica, se sì quale potrebbe essere il mezzo più adatto?

“Credo che il percorso verso il 2033 rappresenti una straordinaria opportunità, a condizione che non venga vissuto soltanto come una candidatura o come un traguardo amministrativo. Dovrebbe essere l’occasione per chiederci quale città vogliamo costruire nei prossimi dieci o vent’anni.

Ombre può dare il proprio contributo perché in questi anni ha dimostrato che da Viterbo è possibile costruire un progetto capace di richiamare personalità di rilievo nazionale, creare relazioni con istituzioni e realtà culturali diverse e, soprattutto, portare migliaia di persone nelle piazze attraverso eventi gratuiti. Ma Ombre deve essere uno dei protagonisti, non il protagonista. Viterbo possiede molte realtà culturali di valore e la vera sfida sarà metterle in rete.

Per questo ritengo che prima o poi dovremo avere il coraggio di discutere seriamente della nascita di una Fondazione culturale cittadina, costruita con criteri di autonomia, competenza e trasparenza, capace di mettere insieme Comune, istituzioni, mondo economico, associazioni e principali realtà culturali del territorio.

Una struttura che non sostituisca chi produce cultura, ma faccia esattamente il contrario: lo aiuti a crescere, favorisca progettazioni comuni, intercetti finanziamenti nazionali ed europei, costruisca una programmazione pluriennale e promuova Viterbo fuori dai propri confini.

Se vogliamo davvero arrivare al 2033 dobbiamo superare la logica dell’evento isolato. Una città culturale non si costruisce sommando manifestazioni: si costruisce mettendole in relazione dentro una visione.

Ed è anche la direzione nella quale vorrei che si muovesse Ombre: non soltanto un grande Festival estivo, ma progressivamente una piattaforma culturale permanente, radicata nella Tuscia e capace di dialogare con il panorama nazionale ed europeo”.

Dopo tanti anni di lavoro, qual è stata la soddisfazione più grande e quale la difficoltà che ricorda con maggiore intensità?

“La soddisfazione più grande non è legata a un singolo ospite, anche se in questi anni abbiamo avuto personalità straordinarie. È vedere le piazze piene. Quando guardo centinaia di persone che aspettano l’inizio di un incontro, magari per ascoltare parlare di giustizia, letteratura, informazione, storia o politica, penso che tutto il lavoro abbia avuto un senso.

E poi c’è la squadra. Ombre è possibile grazie a persone che dedicano tempo, energie e competenze a un progetto comune. Vedere crescere questa comunità è forse il risultato del quale sono più orgoglioso. La difficoltà maggiore è far comprendere quanto lavoro ci sia dietro ciò che il pubblico vede per un’ora su un palco. Un festival di queste dimensioni significa mesi di organizzazione, risorse da trovare, autorizzazioni, sicurezza, logistica, ospitalità, comunicazione e imprevisti continui.

E significa assumersi delle responsabilità. Quando qualcosa funziona, il merito è di una squadra; quando qualcosa non funziona, chi dirige deve avere la capacità di assumersene la responsabilità”.

Se dovesse immaginare Ombre Festival tra dieci anni, come vorrebbe che fosse cambiato e quale segno spera abbia lasciato nella crescita culturale di Viterbo?

“Vorrei innanzitutto che Ombre non perdesse la propria anima. Crescere non significa necessariamente diventare più grandi. Significa diventare più solidi, più autorevoli e soprattutto più utili.

Tra dieci anni immagino Ombre come una piattaforma culturale nazionale attiva durante tutto l’anno, con iniziative dedicate alla cultura, alla legalità, alla memoria, alla libertà d’informazione e alla società civile; una realtà capace di produrre incontri, formazione, podcast, progetti con le scuole e le università e collaborazioni con altri festival italiani ed europei.

Ma il risultato più bello sarebbe un altro. Vorrei che un giorno, parlando di Viterbo, qualcuno potesse dire che in questi anni la città ha avuto il coraggio di investire sulla cultura e che Ombre, insieme a tante altre realtà, ha contribuito a questo cambiamento. I festival passano, le edizioni finiscono. Ciò che dovrebbe rimanere è una comunità culturalmente più curiosa, più consapevole e meno impaurita dalle idee degli altri”.

Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani che si avvicinano oggi alla cultura, quale sarebbe?

“Direi loro soprattutto di essere curiosi e di non permettere a nessuno di scegliere al posto loro cosa devono leggere, ascoltare o pensare. Leggete chi amate, ma qualche volta leggete anche chi non sopportate. Ascoltate chi condivide le vostre idee, ma provate a capire anche le ragioni di chi la pensa diversamente. Viaggiate, studiate, fate domande. E soprattutto conservate il dubbio.

La cultura non è una collezione di nozioni e, soprattutto, non serve a sentirsi migliori degli altri. Serve ad allargare lo sguardo, a comprendere ciò che non conosciamo e, possibilmente, a renderci più umani.

In fondo lo aveva compreso già Francesco d’Assisi, che guardava con diffidenza a un sapere capace di trasformarsi in privilegio e di mettere chi lo possedeva al di sopra dei semplici e degli umili. La conoscenza, se non diventa anche capacità di ascoltare, di comprendere e di mettersi al servizio degli altri, rischia di essere soltanto un’altra forma di potere.

Forse è questo il messaggio che vorrei lasciare ai giovani: studiate, leggete, conoscete il mondo, ma non usate mai ciò che sapete per sentirsi al di sopra di qualcuno. Usatelo, semmai, per riuscire a vedere anche chi troppo spesso rimane nell’ombra. In fondo è anche questo il significato più profondo di Ombre: avere il coraggio di guardare dove c’è meno luce. Perché spesso è proprio lì che si nascondono le domande più importanti.

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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