

di Gabriele Sabato
Gentile Direttore, i numeri sono scarni, neutri, apparentemente imparziali. Eppure, dietro ogni statistica si celano scelte, strategie, decisioni, occasioni colte o perdute, errori e ripartenze. I dati, da soli, non raccontano tutto, ma hanno il merito di indicare con chiarezza la direzione verso cui un territorio sta andando.
Le più recenti rilevazioni statistiche restituiscono un’immagine della Tuscia che non può lasciare indifferenti e che richiede una riflessione collettiva. Negli ultimi mesi hanno trovato particolare rilievo due studi accurati: il primo analizza il progressivo abbandono del territorio provinciale da parte dei giovani nel periodo 2019-2024; il secondo, riferito al solo capoluogo, misura il livello di sostenibilità ambientale di Viterbo, mettendolo a confronto con quello degli altri 105 capoluoghi italiani.
A prima vista si tratta di analisi differenti, per oggetto e metodologia. In realtà, esse appaiono profondamente connesse. Letti insieme, questi due indicatori offrono una sintesi efficace delle prospettive future del nostro territorio. I giovani e la qualità dell’ambiente rappresentano infatti i due pilastri sui quali si costruisce la vita e la competitività di una comunità nel medio e lungo periodo. È quindi naturale che la loro lettura debba essere unitaria.
E il quadro che emerge, è bene riconoscerlo senza reticenze, non è rassicurante. Proprio per questo deve diventare il punto di partenza di una reazione concreta, fondata su politiche lungimiranti e sulla collaborazione tra istituzioni, imprese, università, associazioni e cittadini.
La prima ricerca colloca Viterbo tra le province laziali maggiormente interessate dal fenomeno dello spopolamento giovanile. Secondo l’elaborazione della Cgil di Roma e Lazio su dati Istat, tra il 2019 e il 2024 la presenza dei giovani tra i 18 e i 35 anni si è ridotta del 5,3%, mentre il saldo migratorio delle persone con meno di quarant’anni registra un valore negativo pari a 1.825 unità.
È vero che il fenomeno interessa l’intero Lazio e che Viterbo si colloca sostanzialmente nella media regionale. Ma sarebbe un grave errore rifugiarsi nell’adagio secondo cui “mal comune, mezzo gaudio”. Quando una provincia perde le proprie energie più giovani, non perde soltanto residenti: perde competenze, idee, capacità imprenditoriale, innovazione e prospettive di crescita.
Il progressivo calo della popolazione giovanile rappresenta infatti una criticità che travalica la dimensione demografica. Si tratta di un problema economico, sociale e culturale destinato a incidere direttamente sulla competitività del territorio, sulla sua attrattività e sulla sostenibilità dello sviluppo futuro. Per invertire questa tendenza è necessario costruire una strategia di medio-lungo periodo, il più possibile condivisa tra soggetti pubblici e privati, capace di creare condizioni affinché i giovani possano scegliere di vivere, lavorare e realizzare il proprio progetto di vita nella Tuscia.
Le priorità sono ormai note. Occorre rafforzare ulteriormente il collegamento, già in corso, tra scuola, università, imprese e professioni, favorendo un’occupazione stabile e qualificata; sostenere concretamente l’imprenditorialità giovanile, la ricerca, l’innovazione e l’accesso al credito; investire nella qualità della vita, nei servizi – in particolare quelli legati alla sostenibilità ambientale –, nella mobilità, nell’offerta culturale, nell’accesso alla casa e negli spazi dedicati all’aggregazione e alla partecipazione civica.
Contrastare lo spopolamento giovanile richiede una visione quanto più condivisa e una programmazione coerente. È una responsabilità che coinvolge le istituzioni, le autonomie locali, il sistema produttivo, il mondo universitario e l’intera comunità.
Investire sui giovani significa investire sulla parte più dinamica della società, sulla capacità di innovazione e sul futuro stesso della provincia di Viterbo. La seconda ricerca apre un’altra riflessione, strettamente collegata alla precedente. Se vogliamo trattenere i giovani, dobbiamo offrire loro anche una città più vivibile, sostenibile e moderna.
Lo studio Ecosistema Urbano 2025, realizzato da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore, fotografa infatti una realtà meno virtuosa di quanto si potrebbe immaginare.
Le performance ambientali di Viterbo risultano sensibilmente inferiori alla media nazionale. Su 106 capoluoghi di provincia, la città occupa l’83° posto nella graduatoria complessiva; figura tra le peggiori per concentrazione di ozono atmosferico ed è addirittura terzultima – davanti soltanto a Messina e Crotone – per disponibilità complessiva di verde urbano per abitante.
Non va meglio su altri indicatori significativi: 97° per il tasso di motorizzazione (auto circolanti ogni 100 abitanti), 66° per le isole pedonali (superficie stradale pedonalizzata, in metri quadrati per abitante), 88° per la presenza di alberi (alberi ogni centomila abitanti in aree di proprietà pubblica); 100° per uso efficiente del suolo (indice sintetico, scala 0-10, del trend consumo suolo/residenti e del livello di urbanizzazione/residenti) e 70° per trend di consumo di suolo (variazione consumo di suolo pro-capite, mq/ab).
L’unico dato realmente incoraggiante riguarda il cosiddetto “solare pubblico”, cioè la potenza fotovoltaica installata sugli edifici pubblici in rapporto alla popolazione, ambito nel quale Viterbo raggiunge un apprezzabile 36° posto, nettamente superiore alla media nazionale. Sarebbe però riduttivo limitarsi a leggere queste classifiche come semplici graduatorie. Esse raccontano qualcosa di più profondo: misurano la capacità di un territorio di prepararsi alle sfide dei prossimi decenni. Viterbo possiede straordinarie potenzialità paesaggistiche, ambientali, culturali e scientifiche. Tuttavia, le potenzialità, da sole, non producono sviluppo. Occorre passare dalla potenza all’atto.
I risultati che oggi osserviamo sono il frutto di decisioni, o talvolta di mancate decisioni, maturate nel corso degli anni. Sono l’effetto di una programmazione spesso sacrificata sull’altare dell’emergenza quotidiana, che inevitabilmente finisce per assorbire energie e risorse. Oggi, però, il tempo delle analisi deve lasciare spazio a quello delle scelte. Giovani e ambiente non rappresentano due capitoli distinti dell’agenda di tutti noi: costituiscono le due facce della stessa sfida.
Un territorio capace di trattenere i propri giovani è quasi sempre anche un territorio che investe nella qualità urbana, nell’innovazione, nella sostenibilità e nei servizi. Allo stesso modo, una città più verde, più efficiente e più vivibile è anche una città che attrae talenti, imprese e nuove opportunità. Per questo motivo le due ricerche non dovrebbero essere lette separatamente, ma come un unico campanello d’allarme. E questa volta, forse, la campana è davvero suonata per tutti.




















