
IL PUNTO DI VISTA – Non sono un critico d’arte e non entro nel merito delle fonti di ispirazione e delle abilità creative dell’artista; ma mi occupo da quasi mezzo secolo di comunicazione e quindi spenderò volentieri due parole sui murales, provocato positivamente da alcune considerazioni esposte dall’amico Giulio Della Rocca (leggi qui).
Il murale è un forma di comunicazione che, assieme alla espressione artistica del suo esecutore, offre stimoli, rievocazioni e moniti con un linguaggio talvolta intellettualmente complesso ma più spesso in grado di richiamare l’attenzione, la coscienza e il pensiero di chiunque vi passi accanto. I murales di Sant’Angelo di Roccalvecce, ispirati alle favole, attirano curiosità e provocano emozioni per adulti e bambini, quello che inneggia a Maradona a San Giovanni a Tedduccio rievoca un mito popolare moderno dei napoletani, quelli di Banksy che compaiono d’improvviso sui muri d’Europa esprimono sdegno, ironia, critica, pensiero ed emozione assieme. Sono in ogni caso delle forme di street art che coprono diversi scopi: sorpresa, emozioni, riflessione, ma anche – se mi si consente l’uso un po’ abusato del concetto – rigenerazione urbana, e non solo sul piano estetico.
Viterbo ha un rapporto bivalente con i murales. E’ nota in tutta Italia grazie alla sua frazione di S. Angelo di Roccalvecce per le sue rievocazioni favolistiche. Meno propensa nel resto della Città, se non per alcune eccezioni, come il murale che inneggia a Leonardo Bonucci, in uno scatto d’orgoglio che non è solo calcistico ma anche campanilistico; quello di una S. Rosa che, nel suo moderno makeup di Donna adulta, sembra voler ricordare soprattutto la forza interiore della giovanissima Santa viterbese; quello iconico ma un po’ risaputo, che ricorda Falcone e Borsellino in colloquio fra loro; quello poco noto che rievoca i Facchini di S. Rosa al Pilastro rivitalizzando la disadorna parte laterale di un condominio; e un altro, di ispirazione pacifista, all’Istituto Orioli.
Con una punta polemica, se mi si consente, dovrei citare le espressioni artistiche di viterbesi giovani e meno giovani, inclini a lanciare messaggi di natura sessuale o ideologica, che si manifestano sulle strutture di parchi e giardini pubblici, facciate di chiese, moderne fontane, mura cittadine di varia epoca e tipologia. Il murale è la più moderna e fantasiosa espressione di comunicazione pubblica dell’arte; d’altronde la street art in generale costituisce una mirabile forma di nuovo arredo urbano, con un linguaggio culturale e comunicativo di forte potere rievocativo e/o identitario.
E Viterbo potrebbe arricchirsene, come accade in molte città italiane straniere, fino a farlo diventare una ulteriore – e diversa – attrazione turistico-culturale. Pensate – che so – alle sei “nobiltà” viterbesi, per restare in tema storico; o ai motivi odierni della pace, della libertà, dell’ambiente e dell’amore. Dove? Ecco qualche proposta.
Via S. Maria in Gradi. C’è un palazzo fuori scala proprio in fronte a Porta Romana, con una parete completamente nuda che crea un cattivo squilibrio architettonico e urbanistico, rispetto alle prospicienti mura medievali, per il visitatore che proviene dalla Strada Cimina. Ci starebbe benissimo una rievocazione delle storie di S. Rosa, la cui statua del resto sta lì in fronte a dominare la Porta urbica. Rivolgo una pressante preghiera ai titolari del palazzo per aprirsi a questa opportunità, che valorizzerebbe anche la loro proprietà.
Ex Molino Medori all’inizio di Viale Trieste. Un torrione di cemento domina tutta la skyline urbana oltre il Passaggio a Livello. Ci sono interessanti progetti abitativi per rigenerare quella struttura, ma il torrione diventerebbe anche un’attrazione turistica se si fregiasse di un murale di varia natura evocativa e artistica. Accanto a questi due esempi più eclatanti, andrebbero citati i tanti muri spogli e senza vita che si trovano in città, sia in centro che, e soprattutto, in periferia, in specie quelli che si trovano sul percorso della Via Francigena, sia a nord che a sud della Città. Per tutto questo occorrono alcune risorse.
Intanto una mentalità aperta nel pubblico e nel privato, tale da considerare arte figurativa non solo una tela del seicento e neppure soltanto un quadro più o meno creativo da appendere ad una parete, ma anche – appunto – la street art. Poi, invitare alcuni artisti di provata esperienza espressiva; non dico di convocare Ozmo, Vasod, Rosk, Milo o Palminteri, tra i migliori italiani, ma ci sono anche ottimi artisti, molti viterbesi, tra quelli che hanno operato e operano a Sant’Angelo, e non bisogna dimenticare i ragazzi del Liceo Artistico…
Infine, dedicare qualche soldino pubblico, oltre che quello di sponsor privati, per sostenere un vero e proprio piano di street art. Sì, sì, so già le obiezioni: “su casa mia, manco per niente” (privato); “e quanto ci paga il Comune?” (privati); “no, no abbiamo altri progetti” (privato, pubblico); “eh, sarebbe molto discutibile sul piano paesaggistico” (pubblico); “non ci sono risorse per fare un lavoro ben fatto” (pubblico); “un conto è Sant’Angelo, un conto è Viterbo” (pubblico); “con tanti problemi strutturali, architettonici, urbanistici, non abbiamo risorse per questa cosa, che a non tutti piacerebbe” (pubblico), “eh, adesso, tutti con questi murales…aria fritta” (privati); ecc. ecc. ecc. Sbaglio? Me lo auguro. Ma i segnali, purtroppo, sembrano darmi ragione…


















