Quel sorriso che si è spento troppo presto: addio a Claudio Fordini Sonni
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Domani, mercoledì 8 luglio, alle ore 10, il campo sportivo di Celleno accoglierà l’ultimo saluto. Un luogo di sport, di vita e di incontro, proprio come piaceva a lui. Claudio non c’è più, ma resta il suo esempio, la sua coerenza, quel modo gentile e instancabile di stare in mezzo agli altri.

VITERBO – C’è un silenzio, oggi, che avvolge Celleno e si allunga fino a Viterbo, un silenzio che pesa più di mille parole. È il silenzio che lascia dietro di sé chi, come Claudio Fordini Sonni, aveva fatto del sorriso e della disponibilità un modo di essere, prima ancora che una cifra professionale. Claudio se n’è andato a soli 47 anni, vinto da quella battaglia impari contro un brutto male che ha combattuto con la dignità e la riservatezza che appartengono solo alle persone speciali.

Ad aprile aveva spento 47 candeline. Pochi mesi dopo, il destino ha deciso di spezzare il filo di una vita che era un intreccio luminoso di passioni, impegno civico e dedizione al prossimo. Laureato in Scienze ambientali, Claudio era una colonna della Cna di Viterbo. Per chi lo incontrava negli uffici della Cna Sostenibile, non era solo il tecnico esperto che sapeva guidare le imprese nei meandri della burocrazia; era, innanzitutto, un amico. Un uomo capace di regalare un sorriso sincero anche nelle giornate più grigie, un volto rassicurante su cui si poteva sempre contare. “Claudio per noi non è stato soltanto l’insostituibile collega”, scrivono commossi dalla Cna. “Claudio era un amico”. E in quel “ci mancherai moltissimo” c’è tutto il vuoto incolmabile che lascia in chi ha avuto la fortuna di incrociare il suo cammino.

Ma Claudio non era solo il lavoro. Era l’anima vibrante di Celleno, il suo paese d’origine, dove aveva servito le istituzioni come presidente del consiglio comunale, mettendoci la faccia e l’entusiasmo che metteva in ogni cosa. Era lo speaker radiofonico che portava la musica e la voce nel cuore delle persone, il dirigente sportivo che viveva il calcio come una scuola di vita. Era, in una parola, un uomo che sapeva abitare il suo tempo con passione.

E c’è un’immagine, tra le tante che affollano la memoria in queste ore, che colpisce come una ferita: quella della fiaccola olimpica. Claudio era stato tedoforo a Torino 2006. E, quasi fosse un testimone del destino, era stato scelto ancora, vent’anni dopo, per Milano-Cortina 2026. Quella fiamma che aveva portato con orgoglio sembrava rispecchiare la sua energia, la voglia di andare avanti, di correre. Una luce che oggi si è spenta, lasciando nel buio la moglie Elisabetta, i piccoli Atena ed Enea, la madre Franca e i fratelli Massimo e Tiziana.

La redazione de La Fune e il direttore Roberto Pomi si stringono con profondo affetto e commozione attorno alla famiglia di Claudio in questo momento di dolore immenso. Un pensiero particolare va al fratello Massimo, amico a cui giungano le nostre più sincere e sentite condoglianze.

Domani, mercoledì 8 luglio, alle ore 10, il campo sportivo di Celleno accoglierà l’ultimo saluto. Un luogo di sport, di vita e di incontro, proprio come piaceva a lui. Claudio non c’è più, ma resta il suo esempio, la sua coerenza, quel modo gentile e instancabile di stare in mezzo agli altri. A noi, che restiamo, resta il compito di non dimenticare quel sorriso. Perché, in fondo, le persone come lui non se ne vanno mai del tutto: lasciano il segno, come una fiaccola che, pur avendo terminato la sua corsa, continua a scaldare i cuori di chi l’ha vista passare.

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Attirano ragazzi dalla provincia e spesso anche da fuori. Mercoledì 8 luglio, quando sono andato e ho fatto dei video disponibili sulla pagina Facebook di Tuscia in fiore, c’erano anche dei ragazzi di Bracciano.
La tragica storia dell’Uomo vista con gli occhi di alcuni privilegiati che vivono in una dimensione in grado di travalicare il tempo. Chi sono costoro? Sono forse quelli che hanno vissuto in un altro Eden del quale a noi mortali sfugge il senso? Sono forse le eterne vittime della violenza e dell’odio umano, che alla fine troveranno il proprio giusto riscatto?
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Ritrovato tra le macerie di una chiesa crollata nel Settecento, l'anello longobardo di Civita di Bagnoregio è oggi un tesoro esposto al Victoria and Albert Museum . Una storia che ci ricorda come la nostra terra sia un puzzle di identità perdute e pezzi di storia che, ancora oggi, ci chiamano a gran voce.
"Produciamo barbatelle biologiche – mi dice Gaetano – certificate per salvare dall'estinzione i biotipi rari e le varietà autoctone di Lazio, Umbria e Toscana. Recuperiamo il patrimonio genetico antico del Centro Italia per restituire ai viticoltori piante uniche, capaci di fare vini identitari.”
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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