Quel maledetto “5” che è caduto tra i tetti di Acquapendente, dove la Provvidenza si veste da tabaccaio
acquapendente
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Certe volte la Fortuna decide di metterci la coda, o meglio, cinque numeri giusti, e va a ficcarsi proprio là dove meno te l'aspetti, tra le pietre antiche di piazza G. Fabrizio.

ACQUAPENDENTE – Io non so se la Dea Bendata abbia gli occhi azzurri o neri, ma di sicuro, venerdì scorso, aveva la piuma del cappello puntata dritta verso Acquapendente. In quella bottega di Maria Teresa Baiocco, che Dio la mantenga in salute e con la cassa sempre allegra, è successo il finimondo. O meglio, è successo un silenzio così denso che a tagliarlo con il coltello ci si faceva la polenta. Sedici mila seicento trenta euro e ventiquattro centesimi. Né uno di meno, né uno di più.

Ora, diciamoci la verità: sedici mila euro non ti comprano il regno di Persia, non ti fanno armare una flotta contro i Turchi e non ti permettono di comprare il Colosseo per farci un pollaio. Ma provate a metterli sul tavolo della cucina. Vedrete come cambiano i colori della tovaglia a quadretti. Sedici mila euro sono la misura esatta della quiete domestica per qualche mese, il vestito buono della festa che non si logora, il sospiro di sollievo tirato a mezza bocca da un padre di famiglia che guarda la bolletta della luce con la faccia del condannato a morte.

La provincia di Viterbo, si sa, è terra di gente seria, che la mattina si alza quando le galline ancora stanno facendo i loro conti con il sonno e la sera va a letto con le mani ruvide per la fatica. Qui la terra non regala niente se non ti chini a zapparla con la schiena dritta. E allora, quando la sorte decide di fare la spiritosa e regala un “5” tondo tondo, scoppia quella strana febbre che prende le piazze dal lunedì mattina. C’è chi giura che sapeva i numeri in sogno, chi dice di aver visto passare un gatto nero con le pantofole rosa proprio davanti alla tabaccheria, e chi – più pragmaticamente – si gratta la tasca sinistra della giacca sperando che la corrente continui a soffiare.

Perché il Lazio, quest’anno, è diventato una specie di Bengodi della ricevitoria. Tra Roma, Santa Marinella e la nostra Acquapendente, la Dea Bendata ha sborsato ottantadue mila euro in un battito di ciglia. Senza contare quel “6” da ottantotto milioni e passa fatto a Roma a marzo, una cifra che dà le vertigini solo a pronunciarla, roba da far venire un colpo apoplettico al sagrestano. Ma lì si parla di cose celesti, di piogge di milioni che trapassano le nuvole come grandine grossa. Invece quei sedici mila euro di Acquapendente hanno il profumo della vicinanza, della bottega di paese dove ci si saluta col capello e ci si racconta la stanchezza della settimana.

Intanto, mentre la gente guarda la schedina come fosse il Vangelo secondo San Luca, la carovana non si ferma. Per martedì quattro d’agosto il jackpot è salito a duecentoquattro milioni e centomila euro. Una cifra spaventosa, immorale, che fa girare la testa persino al parroco mentre legge il breviario. Duecentoquattro milioni: roba da comprare la luna e metterci sopra il dazio. E tutti lì, con la schedina in tasca e la speranza nel cuore, pronti a credere che, in fondo in fondo, la fortuna possa bussare proprio alla porta accanto.

Ma lasciate stare i milioni degli sceicchi e le vertigini del jackpot. A noi, in fondo, basta quel “5” di Acquapendente. Un pezzetto di pane bianco calato nel piatto della Provvidenza. E che Dio ce la mandi buona, possibilmente con i numeri giusti.

 

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Serve un leader con coraggio, abilità politica e un progetto.
"Io sono qui, in questo paese di sogno, tra questi castagni giganti...", questo uno dei pensieri scritti dall'autore in una lettera da Soriano. Soriano nel Cimino non fu per Pirandello solo un luogo di villeggiatura, ma una dimora spirituale.
Da una storia vera. Vedete voi se ascriverla ai viaggi nel tempo, alla trasposizione multidimensionale, al metaverso o chissà cos’altro. Non sottovaluterei l’intuito di Teresina…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
«Caro Maurizio, ti posso dire una cosa? Chi studia la storia studia il presente».

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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