


IL CORNER DEL PROFESSORE – Obbligo di felicità. Corriamo il rischio di perdere di vista cosa sia importante. Nonostante sia grande la tentazione di adeguarci e provare a essere come tutti, a volte non ci rendiamo conto che implicitamente rinneghiamo noi stessi e il conseguente rischio dell’infelicità è forte. Al contrario abbiamo sia il dovere morale di provare a essere felici che di creare le condizioni perché lo siano i nostri figli. Viviamo un periodo lunghissimo di mancanza di guerre (combattute sul nostro territorio n.d.r.) e carestie e la conseguente stabilità politica e produttività del sistema dovrebbe comportare il superamento della fase di sopravvivenza e la istintiva ricerca della felicità per tutti. Eppure…
Il problema è sottile: come navigare attraverso tempeste di novità, realtà aumentata e intelligenza altrui ricordando di dover essere felici? Addirittura il progresso continua con innovazioni sempre più impensabili eppure la nostra felicità sembra scapparci di mano. Secondo me tutto ruota intorno alla responsabilità individuale o alla sua mancanza.
Il mondo ha fatto un salto in avanti, adesso c’è addirittura una app per… tutto. Eppure il condizionatore non funziona e l’idraulico che lo ha montato male non viene ad aggiustarlo. Per internet ho scelto la fibra per la massima sicurezza ma sono due settimane che non funziona. Vado al ristorante a pranzo e il camion della spazzatura per passare mi costringe a togliermi. Cammino tra l’immondizia che i locali mettono fuori la sera prima anche se verrà raccolta alle 14 del giorno dopo. Debbo stare attento alle cacche dei cani ancora incredibilmente presenti in città. Vivo in una città con la sede dell’università specializzata in scienze forestali eppure, nonostante i 38 gradi, nessuno parla di piantare alberi ovunque.
Posso continuare. Che c’entra quanto sopra con la mia felicità? Moltissimo perché la felicità è un grande sogno e tante piccole soddisfazioni, non continue frustrazioni.
Dico spesso che il sistema non è professionista ma i singoli sì. Temo di sbagliare: alcuni singoli sono professionisti, Eleonora Bonucci, Benedetta Bruzziches, Giulia Orsolini, ma la stragrande maggioranza no e la mia felicità ne risente. Per la mancanza di professionalità resto senza aria condizionata quando il caldo è asfissiante, senza fibra o servizi in generale. Pago, io e tutti, in prima persona la mancanza di senso di responsabilità personale. La maggioranza crede nella teoria del furbetto e l’individuo ne subisce le conseguenze. Questa tendenza strutturale ha ripercussioni sulla vita di tutti. La radice profonda del problema è nella mancanza di orgoglio del proprio lavoro. Ovviamente gli italiani sanno che non bisogna lavorare per vivere ma la nostra occupazione ha una importanza enorme nella nostra vita. Un uomo è il suo lavoro. La mancanza di dedizione e passione verso quello che abbiamo scelto come occupazione non può portare alla felicità. Né propria né altrui. La radice della frustrazione che vedo ovunque nel popolo che ha portato il bello nel mondo col Rinascimento è nella mancanza di orgoglio sia culturale che personale.
Debbo essere orgoglioso del mio lavoro, assicurare chiunque riceva i miei servizi che sarò sempre pronto a risponderne in prima persona. Non solo la mia reputazione crescerà velocemente ma con lei la mia autostima. Sarò sempre più cercato e mi sentirò amato. Anche se lo facessi solo io gli effetti macroscopici sono ancora più affascinanti: intorno a me la vita di tutti migliorerebbe per la consapevolezza che a un problema corrisponderà una soluzione. Pensate se lo facessero 10, 100, 1000 persone?
Non solo lavoro, anche identità: debbo essere orgoglioso della mia cultura, trasmetterla ai miei figli e raccontarla al mondo. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale ci sarà sempre più richiesta, addirittura esigenza, di autenticità che però è un prodotto diretto della responsabilità personale, della propria cultura e del proprio lavoro.
Qual è la ricetta per una felicità duratura? Un grande sogno e tante piccole soddisfazioni, dal proprio lavoro, dai rapporti umani e dalle piccole cose.
Il mio grande sogno è di cambiare la storia della Tuscia. Credo nel neo rinascimento del XXI secolo che parta da noi e crei un modello economico che funzioni per tutti attraverso l’esaltazione di quanto già esiste e concorre a formare la nostra cultura.
















