
TORINO – L’attacco alla redazione torinese non è un gesto isolato, ma il simbolo di una libertà declamata e negata allo stesso tempo: si invoca la “liberazione” di un popolo mentre si tenta di zittire chi informa.
L’assalto contro La Stampa è uno di quei fatti che non si possono minimizzare né circoscrivere a una singola giornata di tensione. Colpire un giornale, una redazione, una sede simbolo dell’informazione italiana è un atto che riguarda tutti: colpisce il diritto di ogni cittadino a essere informato, erode la qualità del dibattito pubblico, normalizza l’idea che la forza possa sostituire le parole.
Eppure ciò che rende questo episodio ancora più emblematico è la clamorosa contraddizione gridata sui muri e sugli striscioni degli assalitori: “Free Palestine”. Una richiesta di libertà — legittima, dolorosa, carica di storia e tragedie — trasformata però in un paradosso: invocare la liberazione di un popolo mentre si tenta di intimidire chi esercita la libertà di raccontare.
Un ossimoro che rivela un problema più profondo: una cultura della libertà “a senso unico”, dove i diritti valgono solo per chi la pensa nello stesso modo.
La contraddizione è evidente: non si può difendere i diritti umani brandendo violenza contro chi svolge un compito fondamentale per la democrazia. Non si può invocare giustizia negando agli altri il diritto di parola. Non si può pretendere pluralismo cancellando con un lancio di vernice o con un assalto organizzato ciò che non si condivide.
Il grido “Free Palestine”, che in sé è un appello politico e umano, diventa un’arma retorica quando viene usato per giustificare l’aggressione a un giornale. E soprattutto tradisce un equivoco moderno: la confusione tra informazione e propaganda. Un quotidiano può essere criticato, contestato, perfino duramente attaccato sul piano delle opinioni.
Ma non può essere intimidito. Non può essere “punito” con la violenza perché non interpreta la realtà secondo lo schema di un gruppo.
L’Italia vive da anni una crescente polarizzazione. Le piazze si riempiono spesso più di slogan che di pensiero critico; i social amplificano rabbia e semplificazioni; le narrazioni diventano armi. In questo clima, la stampa diventa facilmente un bersaglio: perché non si allinea, perché verifica, perché distingue, perché non si accontenta di narrazioni monolitiche — che siano filoisraeliane, filopalestinesi o appartenenti a qualunque campo politico.
L’assalto a La Stampa è il frutto di questo clima: un deterioramento progressivo della fiducia nell’informazione professionale, schiacciata tra hater, complottismi, propaganda digitale e gruppi che pretendono di imporre la propria verità. Se un giornale viene attaccato perché non aderisce a una specifica lettura del conflitto mediorientale, allora non è più solo La Stampa a essere nel mirino: è l’idea stessa di pluralismo. È il concetto più elementare di democrazia.
C’è un punto che dovrebbe essere chiaro a tutti, anche a chi protesta con forza: la libertà di stampa vale soprattutto quando dà fastidio. Vale quando un giornale scrive cose che non condividiamo, quando pubblica analisi scomode, quando non conferma le nostre convinzioni. Chi si batte — giustamente — per la giustizia di un popolo oppresso dovrebbe essere il primo a comprendere che la libertà non può essere selettiva. Non si può gridare “libertà” da una parte e intimidirla dall’altra. Non esiste libertà vera se non è riconosciuta anche a chi racconta una verità diversa dalla nostra.
Difendere la libertà di stampa significa difendere la democrazia, perché senza la possibilità di raccontare ciò che accade — anche quando è scomodo — il cittadino è disarmato. Significa anche difendere la possibilità di dissentire, contestare, discutere: ma con le parole, non con la violenza.
L’assalto a La Stampa non deve essere un episodio che scorre nei notiziari, ma un monito. Un campanello d’allarme per Torino, per il Piemonte, per l’Italia intera. Per chi governa e per chi protesta. Per chi scrive e per chi legge. Perché un Paese che accetta che una redazione venga presa di mira mentre qualcuno grida “libertà” rischia di perdere il significato stesso di quella parola. E la libertà, una volta persa, difficilmente torna indietro.



















