La mietitura nostalgica di Pacetto sul Lago di Bolsena
800 Monastero
Oggi, in mezzo a questa polvere, niente è andato perduto.

INSIDE – Il sole di mezzogiorno è un ferro caldo che picchia duro sulle sponde del lago e sulla schiena dei villeggianti sdraiati a Gradoli. Io arrivo con il mio vespone mentre l’aria trema per il calore.

Al telefono Domenico mi aveva detto chiaro: «Guarda che alla mezza sono al Lago che trebbio». Meglio non mi potesse andare. C’è il giallo del grano maturo che si confonde con il blu profondo del cielo e del nostro amato Lago di Bolsena. Un contrasto che ti riempie gli occhi e il cuore.

Scusate, non vi ho presentato i protagonisti di questa breve storia rurale. Un racconto antico che unisce la terra profonda e le persone vere. Lui è Domenico, classe 1964, di Grotte di Castro. Per tutti noi è semplicemente “Pacetto”, un soprannome antico che viene dal cognome Paci. Domenico fa questo lavoro da quando aveva solo dodici anni. Ha imparato guardando le mani del babbo Francesco, che tutti chiamavano “Checco”. Ogni singola estate della sua vita è passata da qui, tra i campi.

Domenico si racconta dritto, con l’orgoglio di chi conosce il valore delle cose: «Io, Mauro e Angelo siamo cresciuti a pane e terra. Eravamo solo dei ragazzini ma la fatica vera della campagna l’abbiamo capita subito. Da noi la terra non fa sconti. Funziona così da sempre: se non ti rimbocchi le maniche il raccolto non viene da solo. Ci vuole tempo e ci vuole pazienza. Alla fine questa vita dura ci ha insegnato la cosa più importante di tutte. Una persona non vale per i soldi che si ritrova in tasca, ma per quello che fa per gli altri e per come si comporta nel mondo».

Arrivo nel punto indicato lungo la costa e lo trovo che armeggia concentrato intorno al mezzo. «Ha i suoi annetti ma va che è una delizia» mi dice accarezzando il metallo. Lei è una Laverda M100. Quando uscì sul mercato era una macchina rivoluzionaria che faceva sognare i contadini. Anno 1971, una pietra miliare dell’agricoltura italiana. È stata la prima mietitrebbia autolivellante prodotta in Italia, un pezzo di storia che ancora lotta contro il tempo.

La preparazione è un rituale sacro. Sembra quasi il decollo di un Boeing 747. Domenico scruta attento tra le cinghie tese. Prende una vecchia scaletta, apre una griglia interna e comincia a ingrassare i meccanismi con pazienza. «Questo lo devo fare tutti i giorni nel periodo di trebbiatura. Ecco perché questa vecchia macchina funziona ancora così bene. Ingrassaggio continuo, pulizia profonda con aria compressa e via».

Gli faccio notare che manca la cabina con l’aria condizionata, che si scoppia dal caldo. Mi liquida con un sorriso antico: «Meglio all’aria aperta, tanto la polvere la mangi ugualmente». Ancora qualche verifica minuziosa poi scatta l’accensione. Il motore tossisce e parte. «Sali che ti porto a fare un giro».

Il sole adesso è un disco di fuoco che rende l’aria densa e tremolante come un miraggio. Il rumore sordo e ritmico della trebbiatrice riempie lo spazio immenso tra i filari di ulivi e la spiaggia. Mentre gli steli biondi vengono inghiottiti dagli ingranaggi, a Domenico sembra quasi di sentire ancora la voce roca di Checco. Quella voce che dal passato lo ammonisce di stare attento ai rulli e di rispettare la macchina.

Un brivido di nostalgia che si mescola al rumore del motore. Da quassù il posto è privilegiato, guidi stando in alto sopra tutto. Ma l’odore acre della paglia tagliata e del gasolio bruciato ti stringe la gola. Si solleva nell’aria pesante e si confonde con la polvere dorata che si appiccica alla pelle e la pizzica.

In mezzo a quel turbine di ricordi e fatica c’è Domenico. Scrutando dall’alto il percorso da fare, guida con gli occhi pieni di storia. Il mio giro finisce qui e scendo a terra. Per Domenico invece il viaggio è appena iniziato. Ne avrà per tutta la giornata, sotto il sole cocente. Saranno ore lunghe sospese tra il sudore della fronte e la polvere della terra per raccogliere quel grano speciale.

Un grano che sa di casa, che ha lo stesso profumo del pane appena sfornato dalle madri. Ti guardi indietro e sai che i vecchi non torneranno più a calpestare questi campi. Ma senti anche che quel lavoro sacro, tramandato dal padre con amore e sacrificio, continua a vivere qui.

Oggi, in mezzo a questa polvere, niente è andato perduto.

©MaurizioDiGiovancarloTusciaFotografia

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"Io sono qui, in questo paese di sogno, tra questi castagni giganti...", questo uno dei pensieri scritti dall'autore in una lettera da Soriano. Soriano nel Cimino non fu per Pirandello solo un luogo di villeggiatura, ma una dimora spirituale.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Da una storia vera. Vedete voi se ascriverla ai viaggi nel tempo, alla trasposizione multidimensionale, al metaverso o chissà cos’altro. Non sottovaluterei l’intuito di Teresina…
Di sicuro, appena passato il caldo, tutti i politici che già scalpitano per la prossima tornata elettorale si lanceranno in programmi futuribili e ambiziosi. Ok, fatelo pure. Ma, per favore, giurate di fare le cose semplici e concrete? 1000 alberi, 100 tra giardinieri e scopini, 10 controllori.
«Caro Maurizio, ti posso dire una cosa? Chi studia la storia studia il presente».
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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