Il Viterbese non è più un rifugio verde dal caldo intenso
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Il verde attenua le temperature ma non basta: servono manutenzione continua, meno asfalto, meno emissioni e una politica climatica che smetta di vivere di annunci.

VITERBO – Per anni abbiamo pensato alla Tuscia come a un territorio naturalmente protetto dagli eccessi climatici grazie ai boschi, ai laghi, alle colline, alle campagne e a una densità urbana molto inferiore a quella delle grandi aree metropolitane, bastava lasciare Roma e salire verso Viterbo per avvertire qualche grado in meno soprattutto la sera, oggi quel vantaggio non è scomparso ma le grandi ondate di calore stanno dimostrando che nemmeno un territorio verde può considerarsi al riparo.

Quando una massa d’aria subtropicale rovente si stabilisce sul Centro Italia dentro quella stessa massa d’aria finiscono Viterbo, i Cimini, il lago di Vico, Bolsena, Montefiascone, Tuscania, Tarquinia, Civita Castellana e la Teverina, gli alberi possono offrire ombra, ridurre enormemente la temperatura delle superfici e rendere più vivibile una strada o una piazza ma non possono creare una cupola capace di isolare la Tuscia da un fenomeno che investe mezza Italia.

Per questo bisogna evitare anche un’altra semplificazione, l’inquinamento atmosferico della Tuscia non è la causa primaria del caldo torrido, la causa strutturale è l’accumulo globale dei gas serra che ha innalzato la temperatura di fondo del pianeta, mentre le condizioni meteorologiche determinano quando e dove arriva la singola ondata di calore. Anzi i dati ARPA Lazio relativi al 2025 mostrano per Viterbo valori di PM10, PM2,5 e biossido di azoto entro i limiti normativi, con livelli generalmente contenuti anche nel resto della provincia, un quadro migliore rispetto alle aree più problematiche della regione.

Questo però non significa che possiamo disinteressarci dell’inquinamento perché molte delle attività che peggiorano la qualità dell’aria sono anche quelle che producono gas climalteranti, traffico stradale, riscaldamento degli edifici, consumi energetici inefficienti, alcune attività produttive e agricole, e ridurle significa ottenere due risultati insieme, respirare aria migliore oggi e contribuire a limitare il riscaldamento di domani. ISPRA ricorda che in Italia i trasporti rappresentano ancora una quota molto rilevante delle emissioni nazionali e che oltre il 90 per cento di quelle del settore deriva dalla strada.

La Tuscia dovrebbe quindi puntare molto più seriamente sul trasporto pubblico locale, sui collegamenti ferroviari, sulla mobilità elettrica e ciclabile nei centri dove è possibile, sulla sostituzione progressiva dei mezzi pubblici più inquinanti, sull’efficienza energetica degli edifici pubblici e privati e sulla diffusione delle rinnovabili, intervenendo anche sugli impianti di riscaldamento più vecchi e controllando con maggiore attenzione le emissioni delle attività produttive. Non è un programma rivoluzionario, è sostanzialmente la stessa strada indicata dal Piano regionale per la qualità dell’aria che prevede interventi su trasporti, combustione civile, industria, agricoltura e zootecnia.

Contemporaneamente bisogna preparare città e paesi a un caldo che è già arrivato, ed è qui che il verde diventa decisivo, non però il verde delle inaugurazioni e delle fotografie ma quello mantenuto negli anni. Piantare cento alberi e perderne cinquanta dopo due estati perché nessuno li irriga non è politica ambientale, è denaro pubblico sprecato, un albero giovane deve essere seguito, un albero adulto deve essere controllato e curato, servono censimenti delle alberature, personale competente, irrigazione programmata, sostituzione delle piante morte e potature corrette.

La manutenzione del verde dovrebbe diventare nella Tuscia un servizio pubblico permanente come la raccolta dei rifiuti o l’illuminazione, perché una strada alberata, una piazza ombreggiata e un parco curato non sono decorazioni ma strumenti di protezione dal caldo, soprattutto per anziani e bambini. Lo stesso vale nei borghi circondati dalla campagna, perché avere un bosco a qualche chilometro non serve a chi attraversa una piazza arroventata o aspetta un autobus senza un metro d’ombra.

La Tuscia parte ancora da una condizione migliore di molte aree metropolitane ma rischia di sprecare questo vantaggio se continua a considerare ambiente e verde come settori marginali, servono meno emissioni, edifici più efficienti, trasporto pubblico migliore, più alberi e soprattutto alberi mantenuti, acqua gestita con intelligenza e meno superfici inutilmente asfaltate.

Il caldo torrido che arriva ormai anche sotto i Cimini ci sta dicendo che il problema non appartiene più soltanto alle grandi città, e proprio perché la Tuscia possiede ancora boschi, laghi e campagne sarebbe imperdonabile aspettare di perderne i benefici prima di accorgersi che difendere il clima e rendere vivibili i nostri paesi è ormai la stessa politica.

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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