

Don Antonio Mazzi non ha soltanto aiutato migliaia di giovani segnati dalla droga, dalla solitudine e dall’emarginazione, ha combattuto per tutta la vita contro un’idea comoda e feroce, quella secondo cui alcune persone, dopo avere superato una certa soglia di sofferenza o di errore, possano essere considerate definitivamente perdute.
È morto a 96 anni nella sede di Exodus al Parco Lambro di Milano, circondato dai ragazzi e dagli educatori che costituivano la sua famiglia, lasciando un’eredità che va ben oltre le comunità fondate, i libri, le apparizioni televisive e i riconoscimenti pubblici, perché il cuore della sua opera è stato un principio semplice e radicale: nessun essere umano coincide con la propria caduta, nessun ragazzo può essere ridotto alla dipendenza, alla devianza o alla fragilità che attraversa la sua vita.
La nascita di Exodus e il metodo educativo
Quando negli anni Settanta e Ottanta l’eroina devastava le città italiane, don Mazzi comprese prima di molti altri che non sarebbe bastato reprimere, rinchiudere, medicalizzare o allontanare dagli occhi della società coloro che la droga stava consumando. Dietro ogni dipendenza vedeva una persona, una famiglia spezzata, una solitudine, una domanda d’amore rimasta senza risposta, e per questo non chiedeva soltanto che cosa avessero fatto quei ragazzi, ma che cosa fosse accaduto loro, chi li avesse abbandonati, quale vuoto avessero cercato di riempire.
Da questa intuizione nacque nel 1984 Exodus, non come luogo nel quale depositare esistenze diventate scomode, ma come casa, lavoro, responsabilità, cammino condiviso e possibilità concreta di ricominciare. Don Mazzi non offriva assoluzioni facili e non trasformava la fragilità in un alibi, chiedeva ai ragazzi di tornare protagonisti della propria vita, ma pretendeva allo stesso tempo che la comunità non li abbandonasse e non li condannasse in anticipo.
Amava definirsi non un educatore, ma un “rassicuratore”, una parola che potrebbe sembrare debole e che invece racchiudeva una scelta coraggiosa, perché rassicurare significava restare accanto a qualcuno quando tutti gli altri si erano allontanati, dirgli che la sua storia non era conclusa, che l’errore non cancellava la persona e che esisteva ancora uno spazio nel quale rialzarsi. La sua capacità di comprendere i giovani nasceva anche dalla propria storia, dalla perdita del padre quando aveva appena tredici mesi, dalla povertà, dalla guerra, da una giovinezza inquieta e ribelle, tanto da ripetere spesso ai ragazzi che, se non fosse diventato sacerdote, avrebbe potuto essere uno di loro. Non parlava dall’alto di una perfezione irraggiungibile, parlava da uomo consapevole della fragilità che attraversa ogni esistenza e della sottile distanza che può separare la salvezza dallo smarrimento.
La lettura dei nuovi disagi
Negli ultimi anni aveva capito che il disagio giovanile stava cambiando volto, che l’eroina delle strade non era più l’unica emergenza e che al suo posto crescevano: il vuoto e la depressione, l’anoressia, il gioco d’azzardo, l’isolamento digitale e la dipendenza dai social. Vedeva ragazzi apparentemente protetti, cresciuti talvolta in famiglie economicamente solide, eppure privi di relazioni autentiche, di prospettive e della percezione di essere necessari a qualcuno. Per questo ripeteva che bisognava arrivare prima, prima della dipendenza, prima della violenza, prima che il dolore si trasformasse in autodistruzione, costruendo luoghi aperti, presenze educative, adulti credibili e comunità capaci di assumersi la responsabilità dei giovani senza limitarsi a intervenire quando il disagio era ormai esploso.
Il legame con Viterbo, la Tuscia e l’Associazione Juppiter
Questa lezione è arrivata anche a Viterbo e nella Tuscia attraverso l’Associazione Juppiter, nata nel 1992, cresciuta nel solco dell’Opera Don Calabria e della Fondazione Exodus. Juppiter ha tradotto quella visione nelle scuole, nelle piazze, nei centri di aggregazione, nei viaggi e nella musica, accanto ai bambini, agli adolescenti e alle persone con disabilità, rifiutando di trasformare la fragilità in un’etichetta e l’inclusione in una parola da utilizzare soltanto nei convegni. A Bagnoregio questa esperienza ha trovato casa accanto e nella Casa del Vento, un luogo aperto alla città, nel quale capacità differenti, talenti, limiti e generazioni possono incontrarsi senza che qualcuno venga confinato nel ruolo passivo di persona da assistere.
Durante la permanenza a Bagnoregio, i ragazzi di Juppiter vivevano proprio di fronte a me: l’occasione per conoscerli nella quotidianità, non attraverso una relazione ufficiale o una cerimonia, ma osservandoli stare insieme, fare musica, attraversare il paese, coinvolgere le persone e costruire comunità. In loro si è visto concretamente l’insegnamento di don Mazzi, la certezza che la dignità non venga concessa dall’alto, non sia un premio riservato a chi corrisponde ai criteri della normalità e non possa essere misurata sulla base dell’efficienza o dell’autonomia. La dignità appartiene a ogni persona e deve essere difesa con maggiore forza proprio quando la fragilità rischia di nasconderla agli occhi degli altri.
La Tuscia aveva riconosciuto pubblicamente questo legame il 6 marzo 2025, quando l’Università degli Studi della Tuscia conferì a don Mazzi, al Teatro dell’Unione, la laurea honoris causa in Informazione digitale. Era il riconoscimento a un sacerdote capace di utilizzare anche la televisione e i nuovi linguaggi per costringere il Paese a guardare ciò che avrebbe preferito ignorare. Don Mazzi non cercava di piacere, cercava di scuotere, denunciando una società pronta a parlare continuamente dei giovani, ma spesso incapace di offrire loro spazi, ascolto, responsabilità e futuro.
Il cordoglio
Ai ragazzi, agli educatori, al Presidente di Juppiter Salvatore Regoli, alla grande famiglia di Exodus e a tutti coloro che hanno condiviso il cammino di don Antonio giungano le più sentite condoglianze da parte di Roberto Pomi, direttore de La Fune, e di tutta la redazione del giornale.
Non salutiamo soltanto un sacerdote impegnato contro la droga, ma un uomo che si è ribellato all’idea che possano esistere vite di scarto, ricordandoci che nessun ragazzo deve essere considerato perduto e che negare la dignità anche a una sola persona significa rendere più povera e meno umana l’intera comunità.
















