

EDITORIALE / IL DOMENICALE – Il caldo arriva per tutti, ma non è democratico. La temperatura può essere la stessa, mentre le possibilità di difendersi cambiano profondamente da una persona all’altra.
C’è chi chiude le finestre, accende il condizionatore, prende l’automobile e raggiunge una casa in campagna, un centro commerciale, una piscina o un luogo più fresco e c’è chi rimane chiuso in un appartamento surriscaldato perché non possiede un condizionatore, teme il costo della bolletta, non guida più, ha difficoltà a camminare o semplicemente non ha nessuno da chiamare.
È qui che il caldo smette di essere soltanto una questione meteorologica e diventa una questione di classe. Le temperature elevate di questi giorni hanno riportato Viterbo tra le città sottoposte al sistema nazionale di allerta. Il Ministero della Salute considera il disagio economico, il reddito inadeguato, le condizioni abitative sfavorevoli e l’assenza di una rete sociale tra i fattori che aumentano la vulnerabilità durante le ondate di calore. Non si tratta quindi di una suggestione politica, ma di una realtà sanitaria riconosciuta dalle stesse linee nazionali di prevenzione.
Una persona anziana che vive sola può sapere perfettamente che dovrebbe trascorrere le ore più calde in un ambiente climatizzato. Ma come ci arriva? Può non avere più l’automobile, può non essere in grado di guidare, può abitare in una frazione scarsamente collegata, avere paura di prendere l’autobus o non riuscire a percorrere a piedi la distanza tra casa e la fermata. Può avere una pensione troppo bassa per pagare un taxi, può non avere figli vicini, parenti disponibili, amici ancora autonomi o un vicino al quale chiedere aiuto. In questi casi, consigliare di “recarsi in un luogo fresco” rischia di diventare una formula vuota. Il luogo fresco esiste, ma per quella persona è irraggiungibile.
La solitudine estiva non è soltanto mancanza di compagnia, è mancanza di qualcuno che telefoni per sapere come stai, che controlli se hai bevuto, che porti le medicine, che apra una finestra al momento giusto, che ti accompagni in un centro anziani, in biblioteca, in una parrocchia climatizzata o anche soltanto per qualche ora in una casa meno calda.
La povertà relazionale può diventare così pericolosa quanto quella economica, e spesso le due condizioni coincidono.
Chi ha denaro può comprare protezione, può climatizzare la casa, migliorare gli infissi, pagare una persona che presti assistenza, ordinare la spesa, utilizzare un taxi o trasferirsi temporaneamente altrove. Chi vive con una pensione minima deve invece scegliere se accendere il condizionatore, acquistare i farmaci, fare la spesa o conservare qualcosa per una bolletta futura. Anche un ventilatore, in un’abitazione esposta al sole per tutto il giorno, può limitarsi a spostare aria calda. Ma quella casa non si sceglie, è spesso l’unica che ci si può permettere.
Il Ministero della Salute raccomanda di informarsi sulla presenza di locali pubblici climatizzati, di rafforzare le reti di vicinato e di prestare particolare attenzione agli anziani che vivono soli. Le linee nazionali indicano inoltre l’assistenza domiciliare, il telemonitoraggio e l’apertura di centri climatizzati tra gli strumenti utili durante le emergenze.
A Viterbo il Comune e la Croce Rossa hanno attivato dal 30 giugno il servizio S.O.S. Caldo per rafforzare il sostegno alle persone fragili. È un’iniziativa utile, ma la sfida deve diventare più ambiziosa, non basta aspettare che una persona sola riesca a chiedere aiuto. Spesso chi è maggiormente in difficoltà non conosce il servizio, non vuole disturbare, si vergogna di manifestare il proprio bisogno oppure non comprende per tempo la gravità della situazione.
Occorre costruire una vera mappa della fragilità estiva. Sapere quartiere per quartiere e paese per paese quanti anziani vivono soli, chi non è autosufficiente, quali abitazioni sono maggiormente esposte, chi non dispone di un’automobile e chi non può contare su una rete familiare.
Servirebbe soprattutto un servizio di accompagnamento sociale, non soltanto un numero da chiamare, ma volontari, operatori e mezzi capaci di raggiungere le persone e portarle nei luoghi freschi durante le ore più pericolose. Biblioteche, centri anziani, sale comunali, parrocchie e strutture associative potrebbero diventare rifugi climatici di prossimità, aperti gratuitamente e collegati con piccoli servizi di trasporto. Non sarebbe assistenzialismo, sarebbe prevenzione sanitaria.
Le cronache di questi giorni mostrano anche altri volti del problema. Una segnalazione ha denunciato l’assenza di aria condizionata nel reparto di oncologia dell’ospedale Santa Rosa, con pazienti e personale costretti a sopportare temperature molto elevate. È una testimonianza che deve essere verificata dalla Asl, ma riguarda un luogo nel quale la fragilità non dovrebbe mai essere aggravata dalle condizioni ambientali. A Fontana Grande è stato invece fotografato un operaio impegnato alle 15,40 sotto il sole e senza casco. Anche qui emerge una diseguaglianza evidente. Chi organizza il lavoro può stare in un ufficio climatizzato, mentre chi esegue materialmente l’opera resta esposto alle temperature più dure e non sempre possiede la forza contrattuale per sottrarsi al rischio.
Ospedali, cantieri, abitazioni popolari, fermate degli autobus e case degli anziani soli appartengono alla stessa questione, dicono che il caldo non si combatte soltanto con i bollettini e con gli inviti a bere molta acqua. Servono case meglio isolate, alberi nelle strade, panchine all’ombra, fontanelle funzionanti, fermate protette, ospedali realmente climatizzati e luoghi pubblici freschi aperti anche nei piccoli centri, ma serve soprattutto una comunità capace di andare a cercare chi rischia di rimanere invisibile.
Un albero è un’infrastruttura sanitaria, una sala climatizzata è un presidio sociale, un passaggio in automobile offerto a una persona sola può essere un intervento di protezione. La vera emergenza non comincia quando il termometro supera i 38 gradi, comincia quando dietro una finestra chiusa c’è qualcuno che non può permettersi di raffreddare la casa e non ha nessuno che lo accompagni altrove. Una comunità si misura anche da questo. Non soltanto da quanta ombra riesce a creare, ma dalla capacità di portare sotto quell’ombra chi, da solo, non riuscirebbe mai a raggiungerla.


















