I "figli del ferro": la Tuscia dei capitani di ventura
guerra
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I capitani che venivano dal Viterbese non erano damerini da corte medicea; erano contadini e signorotti cresciuti a pane e sassaiole, gente abituata a calpestare la zolla prima di calzare lo stivale di cuoio.

STORIE – Che la terra di Tuscia sia madre di vini sinceri e di genti dal grugno duro, è cosa nota a chiunque abbia masticato un briciolo di cronaca italica. Ma che quel triangolo di tufo, vigne e boscaglie che risponde al nome di Viterbese abbia partorito, a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, una nidiata di puledri di razza votati al mestiere delle armi, beh, questo merita un contrappunto di quelli solenni, da cantare a gola spiegata dopo un boccale di Est! Est!! Est!!! di Montefiascone.

Qui la storia non si è fatta con i ricami e le sottigliezze diplomatiche, ma con il fegato, con la sciabola e con quella fantesca d’alto bordo che è la ventura. Genti nate con il destino scritto nel ferro.

I capitani che venivano dal Viterbese non erano damerini da corte medicea; erano contadini e signorotti cresciuti a pane e sassaiole, gente abituata a calpestare la zolla prima di calzare lo stivale di cuoio. Penso a gente come Ottaviano Spiriti, un toro che tra il 1527 e il 1528 si prese Viterbo di forza, maneggiando la città come fosse un podere privato, o alle scorribande dei fanti nostrani che scendevano dalle colline Cimine per andare a far ballare la rumba ai senesi lungo i fossi della Val di Chiana.

Era l’Italia dei mercenari, d’accordo, dove si vendeva la pelle al miglior offerente: oggi con il Papa, domani con l’Imperatore Carlo V, posdomani con il Re di Francia, a seconda di come buttava la borsa dei ducati. Ma c’era un orgoglio di campanile, un’asprezza ghibellina che rendeva questi soldatacci di ventura dei veri e propri artisti del corpo a corpo e della polvere pirica.

E qui, amici miei, leviamoci il cappello ed entriamo nel vivo del fango nobile. Parliamo di Pirro Baglioni, che i cronisti del tempo – gente che non regalava aggettivi – chiamavano spesso Pirro da Stipicciano (o Sipicciano, per i puristi della geografia odierna) oppure Pirro Colonna, dal nome del grande Ascanio Colonna che lo prese sotto la sua ala protettrice quando il ragazzo rimase orfano di Fierabraccio Baglioni.

Classe 1500, un millesimo che profuma di destino. Pirro è l’archetipo del guerriero rinascimentale: un fenotipo tutto nervi, orgoglio e irascibilità. Uomo di poche parole e di lunghi silenzi, dicevano di lui. Un ghibellino fatto e sputato, con il volto segnato dalle intemperie e gli occhi fissi sull’obiettivo.

“Di natura altiero”, scriveva lo storico Adriani. E non mentiva. Pirro era uno che se gli pestavi un piede a San Michele in Teverina, ti inseguiva fino ai confini dell’Impero per chiederti il conto.

Guardatela, la mappa dei suoi feudi: Signore di Graffignano, di Sipicciano, di Castel di Piero. Tutta roba che i papi della Camera Apostolica gli confiscarono più volte, scatenando in lui una rabbia da cinghiale ferito. Il Papa Adriano VI arrivò a minacciare di spianargli il castello, ma Pirro, con il fegato dei grandi assaltatori, rispose a colpi di archibugio, organizzando micidiali guerriglie per riprendersi la sua terra.

Un palmarès da far tremare i polsi. Quando c’era da fare sul serio, Pirro c’era. Ha difeso l’Europa dai Turchi a Vienna, ha fatto il diavolo a quattro in Toscana, si è guadagnato la stima professionale di Cosimo I de’ Medici ed è diventato un’autorità assoluta nel disegno delle fortificazioni militari. Nel suo Trattato sul duello, il giurista Giulio Claro lo mette sullo stesso piano dei più grandi strateghi dell’epoca.

Eppure, in questo blocco di tufo e violenza, batteva un cuore singolare. Pirro era un uomo dalle mille contraddizioni: feroce nel sacco e nell’assalto, ma capace di slanci di profonda e quasi mistica religiosità, legatissimo alla famiglia e a quella terra viterbese che non volle mai tradire nell’anima.

Morì nel 1550, a Graffignano, non ancora vecchio ma consumato da una vita vissuta sempre al massimo dei giri, con il cuore che batteva al ritmo dei tamburi di guerra. Ci lascia l’immagine di un’Italia muscolare, dove la Tuscia dettava legge nei campi d’arme d’Europa, prima che il fumo dei secoli coprisse di oblio le gesta di questi magnifici, terribili figli del ferro.

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Da una storia vera. Vedete voi se ascriverla ai viaggi nel tempo, alla trasposizione multidimensionale, al metaverso o chissà cos’altro. Non sottovaluterei l’intuito di Teresina…
"Io sono qui, in questo paese di sogno, tra questi castagni giganti...", questo uno dei pensieri scritti dall'autore in una lettera da Soriano. Soriano nel Cimino non fu per Pirandello solo un luogo di villeggiatura, ma una dimora spirituale.
«Caro Maurizio, ti posso dire una cosa? Chi studia la storia studia il presente».
Di sicuro, appena passato il caldo, tutti i politici che già scalpitano per la prossima tornata elettorale si lanceranno in programmi futuribili e ambiziosi. Ok, fatelo pure. Ma, per favore, giurate di fare le cose semplici e concrete? 1000 alberi, 100 tra giardinieri e scopini, 10 controllori.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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