

VITERBO – C’è una strana abitudine, in questo nostro disgraziato Paese, di celebrare le proprie glorie con il fuoco d’artificio per poi dimenticarsene il giorno dopo, lasciando che le carriole della decenza finiscano in mano agli scaricatori di fogna.
Prendete Viterbo. Prendete piazza della Repubblica. Manca esattamente un mese al tre settembre, a quel giorno in cui la città tornerà a trattenere il fiato, a urlare quel “sollevate e fermi!” e a farsi travolgere dal ruggito dei leoni di Luigi Aspromonte, ammirando la fatica gloriosa dei Facchini. Manca un mese esatto a quella bellezza antica e fiera che farebbe tremare i polsi a chiunque abbia un grammo di sale in zucca.
Ebbene, andate a fare un salto oggi in quella piazza, mentre il conto alla rovescia è già partito. E preparatevi a vomitare l’anima. Il monumento ai Facchini (chissà cosa direbbe Alessio Paternesi?) giace in uno stato di tale degrado che persino i topi di fogna, per decoro, dovrebbero cambiare marciapiede. La base in pietra e lembi interi del bronzo sono stati massacrati, stuprati, vilipesi da una mano d’opera vandala che unisce la peggiore imbecillità suburbana alla più cinica barbarie.
C’è di tutto, in questo museo degli orrori metropolitani. Si comincia con una bella bestemmia piazzata strategicamente sopra uno stivaletto di bronzo, così, per gradire e per ricordarci che il timor di Dio, da queste parti, è andato in ferie permanenti. Poi, virando verso il sublime artistico, ecco comparire un fallo gigante, tracciato con la grazia di un troglodita e accompagnato dalla scritta “Alex” – evidentemente opera di un qualche superdotato locale che sentiva il bisogno imperioso di consegnare ai posteri le proprie frustrazioni anatomiche.
In mezzo a tanta grazia, non potevano mancare i classici: qualche dichiarazione d’amore sgangherata, giusto per dimostrare che Cupido ha la mira di un cecchino cieco, e un reggimento di “fuck” molto punk, lasciati da mocciosi che non sanno neppure coniugare il verbo inglese ma si sentono tanto contestatori.
Ma il capolavoro, la perla nera di questa discarica a cielo aperto, è un’altra: una scritta gigantesca, che si è presa il lusso di occupare e cancellare uno dei quattro lati del basamento. Una sberla in faccia alla storia, un’occupazione abusiva dello spazio pubblico che nessuno, dico nessuno, ha pensato di rimuovere prima che l’ignominia facesse radici.
Fa male. Fa maledettamente male agli occhi e allo stomaco pensare che a poco più di trenta giorni da quel tre settembre che dovrebbe vederci tutti uniti sotto il segno di Santa Rosa, i bronzi di piazza della Repubblica siano ridotti al muro di un cesso ferroviario di periferia. È la dimostrazione plastica che il nemico non viene da fuori: ce lo abbiamo in casa. Sono i nostri figli, i nostri concittadini, i barbari che ci siamo allevati in seno, incapaci di rispettare la fatica dei padri e la bellezza della propria terra.
I Facchini, lassù, continuano a tenere sollevata quella Macchina di fede e fatica. Ma la verità, miei cari viterbesi, è che a reggere il peso della vergogna, a un mese dalla festa, siamo rimasti solo noi. E fa davvero schifo.



































