
VITERBO – Caro Direttore, vista l’attenzione che La Fune ha voluto rivolgere ai problemi della nostra città e del futuro delle città in genere mi corre l’obbligo – vista la mia pregressa esperienza di ricerca sulle identità urbane – di offrire un contributo al dibattito. La città, come agglomerato urbano residenziale, economico-produttivo e culturale, si sta profondamente trasformando. Per millenni ha costituito un rifugio, una piazza, un luogo di lavoro per i suoi abitanti, ponendosi in alternativa alla campagna.
Le mura non solo costituivano una difesa, ma segnavano anche un limen ideale, un confine entro il quale eri e ti sentivo cittadino; mi piace citare l’esempio storico di Porta Sonza, a Viterbo, che nel XII secolo accoglieva il forestiero e il fuggiasco assicurandogli cittadinanza, protezione e libertà. La città forniva identità. Essa stessa acquistava presso i cittadini una propria irripetibile fisionomia, riconoscibile nelle sue strutture, nelle sue forme urbanistiche e architettoniche, ma anche nella sua storia. Bastava un monumento, un profilo paesaggistico, il colore della pietra con cui era costruita per identificare la città.
Tanto per restare nella Tuscia, avete notato? Tarquinia è bianca della sua roccia sedimentaria, Tuscania è rossa del suo tufo, Viterbo è grigia del suo peperino. Tutto ciò cambia con l’avvento della società industriale e con la motorizzazione; si rompono i confini dei centri storici (si pensi a Vienna e all’abbattimento del suo Ring murario; ma anche al processo di hausmannizzazione, cioè di monumentalizzazione infrastrutturale delle capitali europee, da Parigi a Roma a Londra), le periferie – sia quelle della residenzialità borghese che quelle popolari – prendono il sopravvento sui centri storici, destinati progressivamente allo svuotamento demografico e alla “disneyzzazione”, cioè a diventare, nelle loro parti più apprezzabili, luoghi di visita turistico-commerciale piuttosto che di abitazione.
Il XXI secolo accentua ancora di più questo cambio strutturale della città e la progressiva marginalizzazione dei centri storici; processo forse ineluttabile, incentivato non solo dalla creazione dei tanti centri commerciali protetti e accoglienti, posti alla periferia urbana e nei pressi delle grandi arterie suburbane di scorrimento per rendersi accessibili ad un intero territorio, ma anche da un dilagante e- commerce.
D’altronde, lo stesso cittadino tende sempre più a farsi “cittadino del mondo” tramite internet e i social networks e la città, sul piano urbanistico, diventa un riferimento sempre più labile, meramente abitativo, e per questo stesso provvisorio, legato alle opportunità che offre non più tanto un territorio “fisico” quanto quello virtuale. Certo, ci sono città attrattive che raccolgono residenti e quindi cittadini, luoghi tradizionalmente legati ad alcuni indicatori di sviluppo che ancora resistono nel mondo che cambia; megalopoli talvolta – l’area metropolitana di New York è estesa come tre quarti del Lazio, e molte megacittà orientali hanno decine di milioni di abitanti – ma anche quei piccoli centri che si fanno satelliti di un territorio a forte vocazione produttivo-commerciale.
Da quest’ultimo punto di vista, mi permetto di dissentire da una comparazione tra la situazione economica e demografica di Varese e quella di Viterbo. Varese ha una tradizione industriale centenaria e si trova al centro dell’area più sviluppata d’Italia e tra le più sviluppate d’Europa; mentre Viterbo sta emergendo dalle brume di una collocazione marginale, sia economica che culturale, stretta tra una Capitale pigliatutto e una Toscana che sa fare aggio perfino sull’Italia (molti visitatori forestieri non prendono un aereo per “andare in Italia”, ma per “andare in Toscana”). Ma i monumenti e i tratti storici di Viterbo sono certamente più attraenti di quelli di Varese…
Se pensiamo di usare la bacchetta magica di una esplosione turistico-termale di Viterbo per far acquisire hic et nunc forza centripeta alla nostra città su base economica e demografica, temo che andremmo incontro a forti delusioni. Deve esistere un progetto che marcia a ritmi qualitativamente elevati – togliamoci dalla testa che sul piccolo cabotaggio turistico-culturale e certo dilettantismo velleitario si possa impiantare lo sviluppo – ovvero un progetto che sappia elaborare una “narrazione” del territorio spregiudicata e attraente. Ed è necessario che il lavoro sia fatto da esperti professionisti che dialogano costruttivamente tra loro, e non da politici di improvvisa (e improvvida) vocazione progettuale troppo attenti allo scontro ideologico.
Il problema ovviamente incrocia quello dei giovani, dell’occupazione giovanile e della fuga verso un altrove più promettente. Cito un brano tratto da un articolo redazionale pubblicato da La Fune: “Una città capace di futuro non può limitarsi a registrare le fragilità giovanili, né a rincorrere emergenze. Deve saperle interpretare, comprenderle, trasformarle in opportunità. Deve avere il coraggio di mettere l’educazione al centro delle politiche pubbliche … perché è lì… che Viterbo gioca davvero la propria partita. Non nel numero degli eventi, non nelle opere visibili, ma nella qualità delle relazioni che riesce a costruire, nella capacità di accompagnare una generazione a diventare adulta senza smarrirsi”.
Certo. La dimensione dell’etica relazionale è fondamentale. Ma aggiungo: insegnando ai giovani “saperi” e “fare” professionali, non chiacchiere contrabbandate per assiomatica saggezza. Concludo con una domanda propositiva: che cosa sopravvive oggi della città? Della sua identità? E che cosa può offrire alle giovani generazioni?
La risposta è che sopravvive il conto in banca lasciatoci dai nostri avi nei suoi monumenti, nelle sue tradizioni, nel suo patrimonio storico culturale, nel suo paesaggio. Su cui si può investire. E non solo in termini produttivi e, a cascata, in termini demografici, ma anche in termini identitari, senza i quali mancano radici e voglia di fare. I giovani viterbesi possono anche farsi le ossa alternandosi per qualche anno tra un corso specializzato nella City e un lavoro nei bar e nei ristoranti londinesi, quasi un Gran Tour all’inverso; ma poi tornino con idee chiare e voglia di fare da queste parti, con le giuste competenze, con la consapevolezza che la politica deve servire tutta la Città per sottrarsi ai condizionamenti del passato e guardare oltre, sapendo insomma che il pubblico a cui dovranno rivolgere le loro proposte e le loro strategie non è tanto quello della città, della provincia o della regione, ma è un pubblico ormai globale che va affrontato con un linguaggio globale. E mirato. A fine Ottocento, tanto per riprendere l’esempio di Varese, una piccola azienda che riparava scarpe volle fare il salto di qualità, individuando nuovi bisogni nell’Italia che cresceva in Europa, e le calzature “divarese” divennero famose nel mondo. Viterbo e la Tuscia possiedono una riserva di attrazioni turistico-culturali, oggi materia fondamentale dei mercati economici che contano, che la potrebbero far decollare.
Varese ha una bella geografia intorno, ma ha soprattutto aziende leader a livello internazionale, da Agusta a Whirpool, tanto per citare due tra tante. Ci credo che abbia un record di giovani occupati. Ma non è un termine di paragone corretto, anzi è proprio fuorviante. Viterbo gioca su un altro tavolo; qui le carte sono diverse: parlano di paesaggio, di storia bimillenaria, di cultura, di folklore. Ma bisogna sapere le regole del gioco, e saper giocare.
P.S.: Una giovane paesaggista viterbese, ben prima dello slogan varesino, scrisse anni fa un libretto intitolato “Vieni a Vedere il Verde delle Ville storiche del Viterbese”. Niente scarpe, niente tecnologia all’avanguardia da esibire, ma i beni di casa nostra, non meno importanti come attrattori sociodemografici e occupazionali, se ben giocati sul tavolo giusto.


















