

PIETRE – Viviamo nell’epoca delle riforme annunciate e delle rivoluzioni proclamate. Tutti vogliono cambiare qualcosa, la politica, la scuola, l’economia, la giustizia o la Chiesa. Ogni giorno assistiamo a un susseguirsi di progetti, slogan, ricette e polemiche. Tuttavia, mentre aumentano coloro che pretendono di riformare il mondo, sembra diminuire il numero di quelli disposti a riformare sé stessi. È forse questa la vera malattia dell’Occidente.
Per questo, a ottocento anni dalla sua morte, san Francesco d’Assisi continua a inquietare prima ancora che affascinare, non perché abbia lasciato una teoria politica, un programma economico o un modello istituzionale, non lo fece mai. Francesco lasciò qualcosa di infinitamente più impegnativo: la coerenza della propria vita; la sua forza non nasceva dalle idee, ma dall’esempio.
Nel tempo della comunicazione permanente, Francesco avrebbe probabilmente parlato pochissimo, avrebbe continuato a fare ciò che fece allora: vivere il Vangelo fino in fondo. La sua autorevolezza non dipendeva dal numero dei seguaci né dalla capacità di convincere gli altri, dipendeva dal fatto che nessuno poteva accusarlo di vivere diversamente da ciò che annunciava, ed è proprio questa coerenza che continua a renderlo rivoluzionario.
Oggi siamo circondati da persone che spiegano come dovrebbero comportarsi gli altri. Francesco non spiegava, mostrava. Non costruiva consenso, costruiva fiducia. Non pretendeva di essere ascoltato, diventava credibile con la sua testimonianza evangelica.
La sua rivoluzione partì da una domanda radicale: cosa chiede Cristo alla mia vita? Da quella domanda nacque tutto il resto. Nacque la povertà, che non era culto della miseria ma libertà dal possesso; nacque la fraternità, che non era sentimentalismo ma riconoscimento della dignità di ogni persona; nacque il rispetto per il creato, che non era ambientalismo ideologico ma contemplazione di un dono ricevuto; nacque la pace, che non era semplice assenza di guerra ma riconciliazione dell’uomo con Dio, con gli altri e con sé stesso.
Per questo Francesco continua a essere sorprendentemente moderno. Anche il suo rapporto con la Chiesa rappresenta una lezione spesso dimenticata. Visse in un tempo attraversato da crisi, ricchezze, contraddizioni e mondanità ecclesiastiche. Avrebbe avuto tutte le ragioni per trasformarsi in un contestatore; non lo fece, scelse una strada più difficile, quella della fedeltà.
Non una fedeltà cieca o rassegnata, ma una fedeltà creativa, capace di rinnovare senza rompere, di correggere senza umiliare, di testimoniare senza alimentare divisioni. Francesco comprese che le istituzioni migliorano quando migliorano le persone che le abitano; è una lezione di cui oggi avremmo estremo bisogno, dentro la Chiesa come nella politica, nelle associazioni, nelle imprese e nelle nostre comunità.
Forse il punto più provocatorio del suo messaggio riguarda proprio il concetto di riforma. La nostra epoca pensa che ogni problema possa essere risolto cambiando le regole, le strutture o i gruppi dirigenti; Francesco ci ricorda che nessuna riforma durerà se non cambia il cuore dell’uomo. Le leggi sono necessarie, le istituzioni sono indispensabili, ma senza uomini migliori anche le migliori istituzioni finiscono per deteriorarsi.
È una verità scomoda, perché restituisce a ciascuno una responsabilità personale. In un tempo nel quale il successo sembra essere il criterio con cui misuriamo il valore delle persone, Francesco ci insegna invece che il vero successo consiste nell’essere fedeli alla propria vocazione. In una società che identifica la felicità con il possesso, egli ricorda che la libertà nasce dal distacco. In un’epoca che alimenta continuamente lo scontro, dimostra che il dialogo non è debolezza ma forza. Lo dimostrò persino quando attraversò il fronte della crociata per incontrare il sultano, scegliendo il confronto invece della violenza.
La Tuscia conosce bene questa eredità. Le sue abbazie, i conventi, gli eremi, le vie percorse dai pellegrini raccontano ancora oggi una spiritualità che ha modellato il territorio molto prima che diventasse patrimonio artistico, ma il modo migliore per custodire questa memoria non consiste nel limitarci a conservarne le pietre, consiste nel recuperare lo spirito che le ha generate. Perché Francesco non appartiene al Medioevo, appartiene a ogni tempo in cui gli uomini cercano autenticità.
Forse il vero problema dell’Europa contemporanea non è soltanto la crisi economica, demografica o geopolitica. È una crisi più profonda: la difficoltà di credere che la verità possa ancora essere vissuta prima che proclamata. Abbiamo moltiplicato i diritti senza educare ai doveri, aumentato le competenze senza formare le coscienze, costruito strumenti potentissimi senza domandarci quale uomo dovrà usarli.
San Francesco ci ricorda che la civiltà non si salva con l’efficienza, ma con la testimonianza; le grandi trasformazioni della storia non sono quasi mai nate da uomini potenti, sono nate da uomini credibili. E il Poverello di Assisi continua a ricordarci che una sola persona, quando vive fino in fondo ciò in cui crede, può ancora cambiare il corso della storia.



















