Forum di quartiere, Viterbo segua Rimini se non vuole continuare a guardarsi l'ombelico
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La differenza rispetto alle tradizionali assemblee cittadine è sostanziale.

PIETRE – Viterbo ha bisogno dei Forum di Quartiere: meno proteste, più partecipazione La democrazia non vive solo nelle urne: può crescere ogni giorno, strada per strada, quartiere per quartiere. Una delle grandi debolezze della vita pubblica italiana è che troppo spesso i cittadini vengono chiamati a partecipare soltanto nel momento del voto, per il resto del tempo il rapporto con le istituzioni si riduce a segnalazioni sui social, raccolte firme, proteste o polemiche che raramente si trasformano in proposte condivise; tuttavia, esistono esperienze che dimostrano come un’altra strada sia possibile.

Il Comune di Rimini ha istituito i Forum deliberativi di Quartiere, organismi permanenti nei quali i cittadini possono discutere, approfondire e votare proposte riguardanti il proprio territorio. Non semplici assemblee consultive, ma luoghi regolamentati nei quali le idee vengono valutate, migliorate con il contributo di tecnici e facilitatori, rese pubbliche e infine trasmesse all’amministrazione, che ha l’obbligo di fornire una risposta motivata.

È un modello che meriterebbe di essere studiato con attenzione anche a Viterbo. La nostra città è ricca di associazioni, comitati, parrocchie, realtà culturali, gruppi di volontariato e cittadini impegnati, quello che spesso manca è uno spazio stabile nel quale tutte queste energie possano incontrarsi e costruire insieme proposte concrete.

Ogni quartiere conosce perfettamente i propri problemi. I residenti sanno dove manca un parcheggio, quale strada è più pericolosa, quali giardini avrebbero bisogno di manutenzione, dove servirebbe un attraversamento pedonale, una pista ciclabile, un’area giochi, una biblioteca di quartiere o semplicemente una maggiore illuminazione. Conoscono anche le opportunità che spesso sfuggono a chi amministra l’intera città. Un Forum deliberativo permetterebbe di trasformare questa conoscenza diffusa in un patrimonio pubblico.

La differenza rispetto alle tradizionali assemblee cittadine è sostanziale. Non si tratta di incontri nei quali ciascuno esprime il proprio malcontento per poi tornare a casa senza alcun seguito. Il percorso è strutturato, si presentano proposte, si discutono, si verificano costi e fattibilità, si migliorano insieme, vengono sottoposte al voto e l’amministrazione è chiamata a rispondere pubblicamente.

È una forma di responsabilità reciproca, i cittadini non si limitano a chiedere, sono chiamati a costruire progetti realistici e sostenibili. L’amministrazione, dal canto suo, non può limitarsi al silenzio, ma deve spiegare con trasparenza perché una proposta può essere realizzata, modificata oppure respinta. In una città come Viterbo questo metodo potrebbe rappresentare un salto di qualità nella partecipazione democratica.

Pensiamo ai grandi temi che attraversano la città: il centro storico, il commercio, la mobilità, il verde urbano, la valorizzazione dei quartieri periferici, la sicurezza, gli impianti sportivi, gli spazi per i giovani, i servizi per gli anziani, la candidatura della Tuscia a Capitale Europea della Cultura 2033. Sono questioni che riguardano direttamente la vita quotidiana delle persone e che potrebbero beneficiare di un confronto ordinato, continuo e documentato.

Un aspetto particolarmente interessante del modello riminese è l’apertura ai giovani fin dai sedici anni, è una scelta che riconosce come la cittadinanza attiva si impari praticandola. Coinvolgere gli studenti significa educare alla democrazia molto più efficacemente di tante lezioni teoriche.

Altrettanto significativa è l’apertura ai cittadini stranieri regolarmente residenti. Chi vive, lavora, paga le tasse e contribuisce ogni giorno alla crescita di un quartiere deve poter partecipare alla costruzione del suo futuro. L’integrazione passa anche attraverso la responsabilità condivisa verso il bene comune.

Naturalmente un Forum deliberativo non sostituisce il Consiglio comunale né gli organi elettivi, le decisioni continuano a spettare a chi è stato scelto dagli elettori, ma amministrare non significa soltanto decidere, significa anche ascoltare, costruire consenso, valorizzare competenze diffuse e creare fiducia tra istituzioni e cittadini. Forse oggi Viterbo ha bisogno proprio di questo, di una politica che non abbia paura di confrontarsi con i cittadini tra un’elezione e l’altra, di cittadini disposti a dedicare tempo non soltanto per criticare, ma anche per proporre, di quartieri che diventino laboratori permanenti di partecipazione e non semplici contenitori geografici.

La candidatura a Capitale Europea della Cultura 2033 non dovrebbe misurarsi soltanto sulla qualità degli eventi o dei restauri, ma anche sulla capacità di innovare il modo in cui una comunità pensa e costruisce il proprio futuro. Perché una città davvero europea non è solo quella che organizza grandi manifestazioni culturali, è quella che riesce a fare della partecipazione dei suoi cittadini una forma quotidiana di cultura civica.

Forse è arrivato il momento che anche Viterbo inizi a discutere seriamente dell’istituzione dei Forum deliberativi di Quartiere, sarebbe un investimento sulla qualità della democrazia locale, probabilmente il più importante di tutti, perché nessuna città cresce davvero se i suoi cittadini restano semplici spettatori delle decisioni che li riguardano.

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L’Intelligenza artificiale fa grandi progressi. Ma ci crea qualche problema relazionale, non sappiamo più con chi stiamo parlando veramente. E se si riuscirà a dissimulare il grosso bottone sul fianco del robot, allora tutto sarà ancora più difficile…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Oggi, in mezzo a questa polvere, niente è andato perduto.
Attirano ragazzi dalla provincia e spesso anche da fuori. Mercoledì 8 luglio, quando sono andato e ho fatto dei video disponibili sulla pagina Facebook di Tuscia in fiore, c’erano anche dei ragazzi di Bracciano.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
I capitani che venivano dal Viterbese non erano damerini da corte medicea; erano contadini e signorotti cresciuti a pane e sassaiole, gente abituata a calpestare la zolla prima di calzare lo stivale di cuoio.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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