

PIETRE – C’è un dettaglio, nella vicenda della telefonata di Donald Trump al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere la revisione della squalifica dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, che colpisce più della decisione finale. Non è tanto il fatto che il presidente degli Stati Uniti ha chiamato, è il fatto che ha raccontato quella telefonata con assoluta naturalezza, quasi fosse ovvio che il capo della più grande potenza mondiale potesse intervenire su una decisione disciplinare di un organismo sportivo internazionale; è il segno di un’idea del potere che sta diventando sempre più diffusa, cioè chi governa ritiene di poter mettere le mani ovunque.
Non esistono più confini, non esistono più autonomie, non esistono più corpi intermedi. Esiste soltanto il potere, che si sente autorizzato a entrare in ogni ambito della vita sociale per orientarne le decisioni, lo sport è solo uno degli esempi.
Lo vediamo quando la politica pretende di scegliere i dirigenti delle istituzioni culturali non per competenza ma per appartenenza, lo vediamo quando le università vengono considerate strumenti della propaganda governativa, lo vediamo quando le televisioni pubbliche diventano terreno di conquista della maggioranza di turno, lo vediamo quando associazioni, fondazioni, enti del terzo settore vengono guardati con sospetto soltanto perché rivendicano autonomia. Ogni spazio indipendente viene percepito come un ostacolo, è una concezione profondamente diversa da quella della democrazia liberale.
In una democrazia matura il potere politico non è padrone della società, ne è soltanto uno degli attori. Accanto ad esso vivono istituzioni autonome, magistrature indipendenti, università libere, associazioni, sindacati, imprese, confessioni religiose, ordini professionali, giornali, organismi sportivi, ognuno svolge una funzione diversa, secondo regole proprie. È proprio questa pluralità a impedire che il potere diventi assoluto.
Per questo i padri del costituzionalismo moderno hanno sempre diffidato della concentrazione del potere. Non basta dividere i poteri dello Stato, occorre anche riconoscere che esiste una società civile che non appartiene allo Stato e che deve poter vivere secondo le proprie regole. È il principio di sussidiarietà, ma è anche il cuore del liberalismo politico: ciò che la società è in grado di fare autonomamente non deve essere assorbito dalla politica.
Quando invece ogni decisione importante deve passare dal leader di turno, qualcosa si rompe. Si rompe la fiducia nelle istituzioni, si rompe la credibilità delle regole, si rompe l’idea stessa che esistano arbitri imparziali. Se una squalifica sportiva può dipendere da una telefonata del presidente di uno Stato, perché un concorso universitario, un finanziamento culturale, una nomina amministrativa o una gara pubblica dovrebbero essere percepiti come imparziali?
Anche se la FIFA sostiene che la decisione sia stata presa da organi indipendenti e che la telefonata non abbia inciso, il danno è già stato prodotto, perché le istituzioni non devono essere soltanto indipendenti, devono anche apparire tali.
L’indipendenza vive infatti di credibilità e la credibilità si incrina nel momento in cui il cittadino inizia a pensare che, dietro ogni decisione, possa esserci la pressione del potente di turno. Questo è il vero rischio delle democrazie contemporanee, non tanto il colpo di Stato, quanto l’erosione lenta dell’autonomia delle istituzioni.
È una forma più sofisticata di autoritarismo, non abolisce formalmente le regole, le svuota dall’interno, le piega alla logica delle relazioni personali, delle telefonate, delle amicizie, delle appartenenze. La società civile, invece, ha bisogno di spazi nei quali la politica sappia fermarsi. Lo sport deve poter decidere secondo le proprie regole, le università devono scegliere i docenti secondo criteri accademici, la magistratura deve giudicare senza pressioni, la cultura deve poter criticare il potere, le associazioni devono poter rappresentare i cittadini senza chiedere il permesso ai governi. Non perché questi mondi siano infallibili, ma perché la loro autonomia costituisce una garanzia per tutti. Ogni volta che il potere invade questi spazi, la società diventa un po’ meno libera. La forza di una democrazia non si misura dalla capacità dei governi di decidere tutto, si misura, al contrario, dalla loro capacità di accettare che esistano luoghi nei quali il loro potere si ferma. È lì che comincia la libertà dei cittadini.





















