
VITERBO – Ogni 3 dicembre, per la Giornata internazionale delle persone con disabilità, ci riempiamo i social con parole come “inclusione”, “accessibilità”, “diritti”. Poi arriva il giorno dopo, e la realtà della Tuscia torna a mostrarsi per quella che è: un territorio bellissimo, ma profondamente ostile per chi è anziano, fragile, o vive una disabilità.
Partiamo da Viterbo, dove le barriere architettoniche sono così diffuse da non essere più percepite come tali: basoli sconnessi, marciapiedi impraticabili, scivoli mancanti, parcheggi riservati violati con disinvoltura. Ma la stessa fotografia, spesso peggiore, riguarda tutta la provincia. La Tuscia è un territorio pensato per chi è giovane, sano e automunito. Non per chi ha bisogno. La mobilità nella Tuscia è un incubo anche per chi non ha difficoltà. Figuriamoci per una persona con disabilità o un anziano.
Strade strette, piene di curve, prive di marciapiedi per lunghi tratti. Linee di autobus irregolari, orari che non permettono di lavorare o studiare, mezzi non sempre accessibili. Stazioni ferroviarie spesso senza ascensori funzionanti, sottopassi insicuri, servizi ridotti nei piccoli centri.
Chi non guida è quasi tagliato fuori dalla vita sociale: andare dal medico, al lavoro, a fare la spesa diventa un’impresa. E non è “sfortuna”: è una scelta politica maturata negli anni, che ha privilegiato l’auto privata e abbandonato le alternative. I nostri borghi sono bellissimi. Ma provate a viverci con una carrozzina, un deambulatore, un passeggino, o semplicemente con le ginocchia che non sono più quelle di una volta.
Gradini ovunque. Vicoli stretti e ripidi. Case costruite secoli fa, senza ascensori, senza rampe, spesso con scale interne anguste. Marciapiedi inesistenti o totalmente inutilizzabili. Eppure migliaia di anziani vivono lì, spesso soli, intrappolati nelle loro stesse abitazioni. Una casa medievale può essere un gioiello architettonico… o una prigione quotidiana.
In molte zone della Tuscia l’accessibilità è semplicemente considerata “impossibile”, come se la storia giustificasse l’abbandono dei suoi abitanti più fragili. La dispersione dei piccoli centri rende ancora più difficile ciò che già è complicato: tempi di percorrenza interminabili per raggiungere ospedali, centri diagnostici e specialisti; servizi domiciliari insufficienti o con attese lunghissime; RSA e strutture per anziani spesso lontane chilometri; carenza di taxi sociali o trasporti dedicati.
La Tuscia ha una delle popolazioni più anziane del Lazio e d’Italia, ma continua a ragionare come un territorio giovane e connesso. È una miopia che diventa discriminazione. A Viterbo e nei comuni della Tuscia l’inclusione viene troppo spesso ridotta a un atto di gentilezza
personale.
“Ti do una mano”, “Ti accompagno”, “Ti aiuto”: bene, ma non basta. La persona con disabilità non ha bisogno di favori. Ha bisogno di diritti, servizi, autonomia. E la comunità deve capirlo: smettere di guardare la fragilità come un’eccezione o una scomodità. Ci sono associazioni straordinarie, volontari instancabili, iniziative culturali e sportive inclusive. Ci sono comuni virtuosi che hanno iniziato a progettare marciapiedi, piazze e parchi pensati per tutti. Ma questi esempi sono ancora isole, non sistema. Non bastano a compensare un territorio che in larghi tratti resta inaccessibile.
La Giornata internazionale delle persone con disabilità dovrebbe ricordare a Viterbo e alla Tuscia che l’accessibilità non è un lusso: è il metro della civiltà di un territorio. Una città, un borgo, una provincia sono davvero moderne quando permettono a tutti di vivere, muoversi, curarsi, decidere. Non quando brillano nei depliant turistici. La bellezza non basta più. Serve giustizia. Serve coraggio. Serve responsabilità. E serve adesso, non il prossimo 3 dicembre.



















