

IL DOMENICALE / INTERVISTE – Per molti resterà sempre “don Augusto”. Oggi, però, quel sacerdote che per anni ha condiviso la vita quotidiana della sua comunità a Orte è chiamato a un servizio ancora più ampio: guidare le diocesi di Pistoia e di Pescia. Un passaggio importante, che non cancella il legame con le persone incontrate lungo il cammino, ma lo arricchisce di una nuova responsabilità.
Abbiamo voluto intervistare monsignor Augusto Mascagna pochi giorni dopo il suo ingresso nella diocesi di Pescia, non per ripercorrere la cronaca di una cerimonia solenne, quanto per capire come vive questo nuovo ministero, quali ricordi porta con sé degli anni trascorsi nella nostra terra e quale messaggio desidera affidare alla comunità che lo ha visto crescere come sacerdote.
Ne nasce una conversazione che guarda al futuro della Chiesa, al ruolo delle comunità cristiane, ai giovani, alla speranza e al valore di una fede vissuta accanto alle persone. Ma è anche un’occasione per ascoltare, con la semplicità che lo ha sempre contraddistinto, il saluto di un parroco diventato vescovo, senza smettere di sentirsi parte della famiglia che lo ha accompagnato fin qui.
Eccellenza, sono passati solo pochi giorni dal suo ingresso come vescovo. Guardandosi indietro, qual è stato il primo pensiero rivolto alla nostra comunità nel momento in cui ha varcato la soglia della Cattedrale di Pescia? Le chiedo anche un’altra cosa: lasciare una parrocchia non significa solo cambiare incarico, ma anche salutare persone con cui si sono condivisi anni di vita. Che cosa le manca già della nostra comunità?
“Allora Piero, Queste due domande si assomigliano molto l’una con l’altra. Da vescovo come guardo la mia comunità di Orte, il mio passato. Lo guardo come chi è uscito da una grande scuola ed è consapevole che quello che io sono, l’ho imparato lì, l’ho imparato a quella scuola. Le parrocchie dove sono stato Civita Castellana, Anguillara, Regnano Flaminio e Orte sono state la mia scuola. Non è anche giusta la metafora della scuola perché in realtà una cosa è la scuola, una cosa è il mestiere che tu impari a fare nella vita.
Per un vescovo, per la mia storia invece è un po’ differente perché in realtà fare il vescovo significa fare il parroco praticamente di una grandissima diocesi, di una grandissima parrocchia. Quindi io faccio adesso quello che faccio adesso in grande, con trecentomila persone, quello che prima facevo con seimila. Naturalmente con altri rapporti, con altri equilibri, con altre realtà e per cui guardandomi, la mia comunità di Orte e la mia diocesi, il pensiero va a una madre che mi ha insegnato tutto, a delle comunità che mi hanno insegnato a vivere, a fare il mio mestiere, a vivere la mia vocazione fin nel profondo. Quindi la vivo con questa ottica sicuramente”.
Lasciare una parrocchia non significa solo cambiare incarico, ma anche salutare persone con cui si sono condivisi anni di vita. Che cosa le manca già della nostra comunità?
“Che cosa mi manca di Orte e dell’esperienza della parrocchia? Le relazioni inevitabili. Qui stanno nascendo altre relazioni che non sono quelle che avevo lì, che non sono quelle fatte da quelle persone lì. Ed è importante, nella nostra vocazione, vivere queste relazioni perché ti rendi conto che le relazioni fanno la persona. Il mio mestiere di prete io lo imparo continuamente nel farlo, il prete con quelle persone con quelle realtà con quelle situazioni con cui ho vissuto. Ho vissuto dei trascorsi, ho avuto delle esperienze mi sono formato con delle attività e sicuramente questo mi manca. Ora qui poi è tutto nuovo, per cui sono tutte relazioni esperienze che devo imparare che è un’altra cosa, per cui non c’è Petignano, non ci sono le feste di Orte centro, non ci sono le monache, per cui ci sono altri tipi di relazioni.
Io sono grato all’esperienza di Orte proprio perché è stata una grande scuola che mi ha insegnato tanto, un grande tirocinio di vita, certi apporti, certe situazioni e di tante cose di cui oggi sono ricco perché l’ho vissuto insieme con voi, quindi sicuramente sono grato. Quello che mi manca di Orte sono le relazioni con le persone e il fatto di aver vissuto per tre anni e aver vissuto dei cambiamenti, persone che hai incontrato, con cui hai condiviso la parola di Dio e che l’hai vista crescere e che ti mancano perché insieme con loro poi potevi continuare questo tipo di cammino. È stata fatta un’altra scelta, va benissimo, però questo sicuramente manca, ma se ne faranno altre sicuramente. E l’altra cosa sicuramente mi manca è il passo da diventare parroco a diventare vescovo e vescovo di Pistoia-Pescia e essere proprio trapiantati dal proprio luogo. Cioè io sto vivendo sulla mia pelle, la parola di Abramo, vattene dalla terra dei tuoi padri e vai verso la terra che io ti indicherò. Io non la conoscevo Pistoia, io non conoscevo questi luoghi. Ma so che, obbedendo a quello che è successo, io qui devo starci. Questa è la mia strada.
E mi faccio un po’ l’esperienza di Ruth, il personaggio biblico dell’Antico Testamento che, rimasta da sola, si attacca alla suocera fino al punto di dire la tua terra, la mia terra. Dove tu andrai andrò anch’io e dove tu starai starò anch’io e sento che questa è la mia terra. Qui mi chiama il Signore e da qui. E questo è il mio futuro. Per cui so che spendendomi qui posso dare futuro alla mia esistenza”.
C’è un volto, una famiglia, un episodio vissuto qui che porterà sempre con sé nel ministero episcopale?
“È più di un volto, più di una famiglia se devo proprio scegliere di dire qualche cosa non posso fare un riferimento specifico sarebbe troppo poco, per cui io penso che il riferimento che posso fare sono, mi piace ricordare questo fatto, le facce degli anziani che ho visitato, a cui ho portato la comunione durante questi anni e che l’ho visti nei loro passaggi. Qualcuno l’ha accompagnato pure all’incontro con il Signore e questa è una grande opera. Poi dal punto di vista che parliamo di situazioni tragiche, sicuramente alcune morte di giovani che mi sono rimaste nel cuore. soprattutto per essere stato vicino ai familiari e aver potuto curare un pochettino, asciugare le lacrime. Sicuramente queste sono le esperienze più forti a livello emozionale, no?
Per un prete poter asciugare le lacrime, a gioire di nascite o di avvenimenti particolari sicuramente è un avvenimento molto importante. L’altra cosa particolare, oltre all’esperienza del Grest, sempre un’esperienza a tutto tondo che ti coglie di sorpresa e ti travolge. Un’altra cosa a cui ci tengo in maniera particolare è che Orte è stato il luogo che mi hanno dato la possibilità di predicare i Dieci Comandamenti per due anni e quindi aver avuto l’esperienza di una predicazione compiuta, che ha trovato il suo centro ed è stata a sostegno della mia fede, innanzitutto, perché i primi ascoltatori delle nostre prediche di preti, delle nostre catechesi di preti siamo noi stessi. Fare le prediche è un grande atto di egoismo, perché io predico a me stesso. e ho bisogno di saperne di più per offrire più chance alle persone, ma innanzitutto per dare più prova a me stesso della ricchezza della parola di Dio che trova sempre cose nuove da offrire alla propria vita, alla propria esperienza”.
Da parroco ci ha spesso invitato a essere una comunità accogliente e missionaria. Oggi, da vescovo, quale messaggio sente di lasciare ai fedeli che ha accompagnato finora In questa quarta domanda ci sono queste due parole accoglienza, accogliente e missionario che sono parole magiche per un prete. Per un prete, per un vescovo penso che non sia un discorso mai finito quello dell’accoglienza e quello della missionarietà, anzi mi rendo conto sempre più che sono le due nostre carte che dobbiamo giocarci con l’uomo di oggi.
L’accoglienza dell’umanità che incontriamo senza giudizi, senza fare differenze e la missionarietà perché la ricchezza di quello che abbiamo ricevuto non ce l’ha nessun altro e lo possiamo trasmettere solo noi e questa è una ricchezza che l’uomo di oggi non conosce. Tante volte mi capita, soprattutto qui in città, in provincia magari il rapporto è più diretto, ma qui in città mi capita di vedere situazioni diverse, in realtà, persone che non ti guardano, che non ti riconoscono, che non ti salutano. E riflettere a me stesso, mamma mia, io ho da annunciare a queste persone una grande ricchezza. Non si rendono conto di tutto questo. Però questo lo cerco di vivere come una grande responsabilità per me, sicuramente”.
Nel suo primo saluto a Pescia ha parlato della “Galilea”, il luogo da cui ripartire. Qual è la “Galilea” della nostra comunità? Da dove dovremmo riprendere il cammino?
“Io penso che la Galilea, a proposito, il riferimento alla Galilea è il riferimento al mio motto. Surrexit Christus pes mea, precedet suos in Galilea. È risorto Cristo mia speranza e ci precede in Galilea. La Galilea è il luogo dove tutto è iniziato e dove tutto può ricominciare e dove tutto deve ricominciare. La vita cristiana alla fine è un percorrere, l’itinerario evangelico dalla Galilea fino a Gerusalemme, fino all’annuncio della risurrezione.
Ma un annuncio della risurrezione che diventa sempre più stimolante perché non ti apre a un futuro, a una dimensione di futuro inatteso, ma ti apre verso una realtà dove tu puoi riprenderti in mano la vita. La Galilea è ricominciare il cammino della vita cristiana, riparlare di vocazione, di sequela, di volontà di essere chiesa. Alla fine il percorso evangelico che ogni anno facciamo nell’anno liturgico, è un percorso a spirale. Si ritorna sempre sugli stessi passi, sulla stessa realtà, la differenza è che in ogni anno andiamo sempre più in profondità. Non saliamo di grado, ma scendiamo in profondità per essere più a contatto con il Signore, con la realtà che viviamo”.
Quali qualità della nostra parrocchia spera di ritrovare anche nelle nuove diocesi che le sono state affidate?
“Sai che rispetto a questa domanda mi trovo un po’ in difficoltà, perché la realtà che vivo qui a Pescia e Pistoia è totalmente differente. Forse si vive la stessa realtà a Pescia, Pescia cittadina. Però tu immagina, qui a Pistoia vivo una realtà cittadina, una città di cinquantamila abitanti al centro, più una fascia della frazione del comune di Pistoia di quarantamila, quindi una città che arriva dal centro fino a 15-20 km sulle montagne pistoiesi. E poi dopo ci sono altri piccoli centri sulle montagne, per cui una realtà che a livello urbanistico, a livello di struttura, di parrocchie, sono totalmente differenti dalle nostre. Forse appunto assomiglia alla struttura delle nostre diocesi la realtà di Pescia, una realtà di una cittadina di 20.000 abitanti e quindi può avere gli stessi raffronti come le nostre cittadine di Cività Castellana o di altre realtà che ho vissuto, ma altrimenti sono molto differenti. Quello che spero di trovare qualcosa che mi ha accompagnato e questo lo sto già provando è l’amore per la storia, l’amore per la vicinanza alle persone e l’accoglienza di questa realtà. E poi quello che spero di poter mettere su è di un apparato, di una chiesa che possa dare risposte, possa offrire, soprattutto all’uomo di oggi una genuina formazione per aiutare i tanti cercatori di Dio, che oggi si annidano anche tra le persone che incrociamo e che magari rifiutano il nostro essere chiesa, ma non si accorgono che stanno cercando Dio perché stanno cercando il senso della loro vita”.
Molti fedeli si chiedono se il nuovo incarico cambierà il suo modo di essere sacerdote. Che cosa resterà immutato di don Augusto, nonostante la croce pettorale e il pastorale?
“Io spero che magari sì, il mio look cambierà perché croce pettorale e anello, orgogliosamente anello perché sono chiamato ad essere sposo della chiesa e di questa chiesa un anello che non vorrò togliere mai, forse cambierà un po’ il mio look da questo punto di vista, ma spero che il mio modo di essere e di vivere la fede sia veramente lo stesso, cioè sia veramente quello di don Augusto. Io quando mi presento, qualcuno me lo dice qui, ma perché ti presenti come don Augusto? Perché io sono don Augusto, cioè la mia identità è di essere don Augusto. Un don Augusto che è stato eletto a fare il vescovo, è stato ordinato vescovo, ma vivo il mio essere vescovo come don Augusto.
Cioè nel fare il prete, nel vivere da prete, nell’interessarmi della gente, nell’andare incontro, in questi primi giorni che sto pian piano cercando di conoscere, mi rendo conto quanto sia importante umanizzare questo ruolo, non attaccarsi ai titoli e alle cose. È vero che vivo in un palazzo Vescovile, ogni celebrazione, io sono sempre a capo di tutto perché quello è il mio ruolo. in ogni incontro di diocesi, cercano sempre la mia parola, la mia preghiera, la mia benedizione, ma di questo non mi ritiro, ci mancherebbe altro, questa è la mia storia, qui ci sono legato, è il senso della mia missione.
Però nello stesso tempo cerco di vivere il mio essere, il mio fare il vescovo vivendo da prete e cercando di essere vicino alle persone con tanta fiducia, con tanta umanità, cercando di accorciare le distanze, andare incontro a quelli che sembrano più restii, andare incontro alle persone, trasmettergli tanta umanità.
Far passare la ricchezza della parola della grazia di Dio attraverso gesti umanizzanti e che possano dare fiducia e dare entusiasmo e mi sembra, non lo so, dalla mia presunzione, mi sembra che questa possa essere una strada buona su cui potersi allenare sicuramente”.
Da vescovo guiderà due diocesi. Come si conserva quella semplicità e quella vicinanza alle persone che tutti le hanno sempre riconosciuto?
“Come si conserva questa umanità? Cercando di non trovarmi il posto per scappare, ma cercando di metterci la faccia, di non sfuggire di fronte alle provocazioni, alle proposte che mi vengono fatte, ma cercare di rispondere sempre. Non posso tirarmi indietro, anche di fronte a quelle che potrebbero essere le domande più piccanti o più difficili, ma cerco di vincere una certa mia ritrosia che qualche volta in passato mi ha mi ha tirato un po’ indietro. Per cui vincere una certa timidezza io andare a parlare con il cardinal tal dei tali, con il deputato, con il ministro, con il sindaco di, vado avanti tranquillamente, mi lancio cerco di non guardare una certa timidezza, che vorrebbe farmi mettere un secondo piano ma vivere la mia e dire alla mia di non tacere a favore del mio popolo.
Di sentirmi parte di questa gente, questa umanità e rispondere alle provocazioni che mi vengono fatte, cercando di umanizzare. La parola di Dio, la Grazia di Dio, viene a noi attraverso un sorriso, una carezza, una vicinanza, più che dalle mille prediche e dalle mille parole belle che posso da voi e voi mi potrete accompagnare sicuramente con il ricordo e la preghiera. I social ci permettono di stare a contatto, chi vuole sentirmi avrà l’opportunità di sentirmi, di vedermi attraverso i social, attraverso questi mezzi, ma sicuramente la preghiera è la forma più viva e poi io verrò a trovarvi. Il prossimo appuntamento è il 31 del 31 agosto alle 18.30 stavo a celebrare la messa dell’inizio della festa di Sant’Egidio e la processione a Orte. E quello che mi auguro che possiate fare con chi prenderà il mio posto è quello di continuare un lavoro di formazione, di formazione continuata e un cammino di comunione Orte nasce plurale e vive plurale, ma si debba sentire sempre unita a pregare lo stesso Dio attraverso tante occasioni importanti.
Penso che un discorso di comunione e comunità e di formazione delle persone sia la grande scommessa che serve a Orte per continuare la sua strada o imparare e posso dire, sicuramente”.





















