

GRAFFIGNANO – Certe cose non cambiano mai, per fortuna del buon Dio e di chi ha ancora un po’ di sale in zucca. Prendete una piazza della Teverina, dove il campanile svetta dritto verso il cielo come un dito ammonitore e la gente sa ancora darsi la mano senza bisogno di firmare cambiali. Lì, dove l’aria profuma di legna bruciata e di cose serie, c’è un forno che da settant’anni esatti tiene in piedi la baracca.
Non è un forno qualunque, badate bene. È l’unico forno del paese, una roccaforte di farina e sudore che ha visto passare le stagioni, i governi che cascano come pere cotte e i politici che promettono mari e monti salvo poi sparire alla prima nevicata. Lì dentro, tra una sacca di farina e l’altra, si sono consumate tre generazioni di cristiani che non hanno mai imparato a dire “non ce la faccio”. C’è il nonno che piantò il primo seme il primo gennaio del 1956 — proprio come la Cna di Viterbo e Civitavecchia, cui il panificio è associato —, dentro a quella che era una vecchia chiesa sconsacrata e casa del parroco, che a rimettere in sesto le anime e lo stomaco ci vuole la stessa pazienza.
Come raccontano i protagonisti di questa storia, e in particolare Placido Oddo (che porta lo stesso nome del nonno fondatore e gestisce oggi l’attività insieme ad Andrea, Enrica e Benedetta, con il supporto della madre Isolina e della cugina Francesca): «Si trattava di una novità, perché era l’unico. E tale è rimasto fino a oggi. Si trovava in centro, a 300 metri da piazza Marconi, dove siamo oggi e dove si svolgerà la festa. All’epoca era un panificio di paese, dove si sfornavano solo pane e pizza. Poi iniziarono a lavorarci mio padre Salvatore, mio zio e mia zia, nei primi anni ’70 è rimasto solo mio padre».
Prima che sorgesse il nuovo millennio, grazie alla passione di Enrica, al pane si sono aggiunti i dolci da forno. Robina da niente, quantità notevoli di pane e prodotti da forno: «Soprattutto d’estate – spiega Placido – si arrivava tra i 150 e i 200 chili al giorno». E poi i vizi, quelli buoni: perché in quel forno lì, la saggia gioventù ha saputo rinnovarsi. «Abbiamo modificato le linee del panettone perché ce lo chiedevano anche al di fuori del periodo di Natale, si presenta dunque con la forma di un bauletto», racconta sempre Placido, parlando del “Vizio”. E poi la chicca del “Babàdrink”: «Sono babà imbevuti con i cocktail più in voga: dal mojito alla caipirinha, fino alla Piña colada», un’invenzione con marchio registrato alla Camera di Commercio.
Ma la vera regina di questa storia, quella che fa tremare i polsi e resuscitare i morti di appetito, è la pizza graffignanese. Una roba antica, che ha più di cento anni sulle spalle: «Dai racconti dei nonni e delle persone anziane sappiamo che già dai primi del 900 veniva prodotta nel nostro paese, dove c’erano diversi forni rionali in cui le famiglie andavano a cuocere il proprio pane e i propri dolci. Le donne portavano ognuna una fascina di legna per alimentare il forno e a turno cuocevano i propri prodotti». Si scaldava la pietra finché diventava bianca, e lì si cominciava con la pizza quando il forno picchiava duro, poi il pane, e alla fine i dolci quando il forno cominciava a morire.
Ecco, questo sabato e domenica in piazza Marconi si fa la festa grande per i 70 anni dell’attività: la quarta edizione della festa della “Pizza graffignanese”, tra racconti, incontri e sapori.
Attilio Lupidi, segretario della Cna di Viterbo e Civitavecchia, ha commentato così l’appuntamento: «Per tutto questo e molto altro vi aspettiamo sabato e domenica a Graffignano. Quella dei fratelli Oddo sarà una festa speciale: 70 anni sono sinonimo di lavoro, passione e competenza che meritano di essere valorizzati. E la pizza graffignanese è una tradizione da provare assolutamente».
In piazza Marconi ci saranno antipasti con frisella, susianella, pancetta arrotolata, pizza graffignanese ma anche margherita, rossa, bianca morbida e croccante, dolci al cucchiaio, maritozzi con la panna e i Babàdrink. Il tutto condito con la musica dal vivo dei Sunglasses e il pianobar. Non mancheranno il sindaco Piero Rossi, il parroco don Mario Zanasi, il presidente di Slowfood Viterbo e Tuscia Luigi Pagliaro, insieme al segretario Attilio Lupidi e al presidente della Cna di Viterbo e Civitavecchia Alessio Gismondi.
Perché il mondo potrà anche girare storto, le mode potranno cambiare ogni cinque minuti e la gente potrà pure dimenticarsi come si sta a tavola insieme. Ma finché ci sarà un forno che si alza prima del sole per impastare la speranza, beh, allora vuol dire che il buon Dio ci vuole ancora bene.























