Al via la raccolta della patata IGP di Grotte di Castro
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Tra l'odore della terra e la polvere dell'altopiano.

INSIDE – Al via la raccolta della patata IGP di Grotte di Castro, tra l’odore della terra e la polvere dell’altopiano. Devo ricordare subito che la coltura principe tra il 1957 e la fine degli anni 60 è stata la fragola. Il popolo grottano la esaltava anche con una famosa sagra per ben 12 anni, poi l’amore dolce e profumato svanì e venne sostituito dal più redditizio tubero, così iniziò la sua avventura in questa terra. Da qualche giorno è iniziata la raccolta della famosa patata dell’alto Lazio, che si fregia da molti anni del prestigioso marchio IGP. Contatto Leonardo, che ha iniziato da poco: mi dà l’orario e il luogo in cui lavora. I campi, in quel punto di confine tra i comuni di Grotte di Castro e San Lorenzo, sono divisi dalla statale 74 Maremmana, un’arteria che collega alla Toscana partendo da Albinia per poi innestarsi verso Orvieto. Ecco, da qui inizia l’altopiano di Campo Moro, per poi cambiare in Campo Morino verso Acquapendente. Questa è la culla della patata di Grotte di Castro: qui la terra vulcanica accudisce il prodotto, aiutata dagli impianti d’irrigazione del Val di Paglia.

La mattina di fine luglio è già calda alle 6, quando Leonardo Contadini accende il motore del suo New Holland 56-66 e la giornata inizia a girare nel nastro trasportatore. Io arrivo qualche ora dopo, per lasciare che il sole crei un bel controluce sulla scena. Avete mai sentito l’odore della terra appena scavata? Intriso dell’umidità mattutina, ha un profumo forte che ti entra nella testa e non ti lascia più. E poi c’è la polvere: quella ti si attacca alla pelle, si alza come una nuvola tra il trattore e lo scavatore che va a fondo per non rovinare il raccolto. Il campo è disegnato dalle tracce degli pneumatici che si intrecciano, dando vita a un disegno astratto che catturo con l’obiettivo.

Il lavoro antico di agricoltore è da queste parti un vero e proprio senso di vita. Leonardo tutto questo l’ha ereditato dal babbo Ventura, che ha lasciato la vita terrena qualche anno fa, trasmettendogli la voglia di continuare questo mestiere antico e nobile. Trent’anni fa suo padre faceva tutto con la forza fisica e pochi cavalli motore; oggi Leonardo gestisce macchine straordinarie che fanno il lavoro di giorni in poche ore, rispettando il suolo. Sulla raccoglitrice c’è la mamma Maria Pina che lo aiuta alla mattina e che, insieme ad altri collaboratori, seleziona le patate destinate ai grandi cassoni, mentre nel pomeriggio alla selezione sul nastro trasportatore c’è la compagna Valentina. Mi racconta mamma Maria Pina che un tempo lei e il marito facevano tutto a braccia; oggi la tecnologia li rende una squadra imbattibile direttamente sul campo.

Leonardo Contadini incarna perfettamente questa evoluzione tecnologica e sociale: da poco, infatti, è stato eletto presidente del CCORAV, il Consorzio Cooperativo Ortofrutticolo Alto Viterbese. Questa realtà raggruppa quattro cooperative e oltre 100 agricoltori tra il Lago di Bolsena, la Toscana e l’Umbria, curando un bacino di circa 400 ettari. È un ruolo di grande responsabilità che Leonardo porta avanti con la stessa dedizione che usa sui campi. Il consorzio ha sede a Grotte di Castro, dove all’interno delle proprie strutture, oltre allo stoccaggio, si trovano laboratori d’avanguardia per garantire la massima tracciabilità e qualità delle varietà Monalisa, Agata, Constance e Ambra fino agli scaffali della grande distribuzione. Nella struttura sono presenti aree di carico, scarico, movimentazione e spedizione, aree di lavorazione, celle frigorifere per una capacità di 20.000 tonnellate, locali deposito, locali uffici e rappresentanza ed un laboratorio per analisi chimico-agrarie ed organolettiche. Un lavoro ed una passione che viene trasmessa verso i clienti attraverso i prodotti, un feeling unico come l’amore per questa terra, la Tuscia.

Ma il cuore di tutto resta qui, tra le zolle. Leonardo è il presidente con le mani sporche di terra e le scarpe impolverate, capace di passare dai tavoli istituzionali alla guida del trattore senza mai perdere la propria identità. Mentre l’ultimo cassone si riempie, guardo Leonardo attraverso l’obiettivo, immerso nella luce dorata dell’alba che lascia il posto a una palla di sole che tra poco infuocherà l’altopiano. C’è una poesia silenziosa in questo ritorno alle origini, dove l’innovazione del presente abbraccia il rispetto per il passato. In ogni mio scatto resta impresso il profumo della terra vulcanica e l’orgoglio di un uomo che custodisce il futuro della sua terra, portandone i frutti storici verso il domani.

© Maurizio Di Giovancarlo Tuscia Fotografia

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
«Caro Maurizio, ti posso dire una cosa? Chi studia la storia studia il presente».
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Da una storia vera. Vedete voi se ascriverla ai viaggi nel tempo, alla trasposizione multidimensionale, al metaverso o chissà cos’altro. Non sottovaluterei l’intuito di Teresina…
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Di sicuro, appena passato il caldo, tutti i politici che già scalpitano per la prossima tornata elettorale si lanceranno in programmi futuribili e ambiziosi. Ok, fatelo pure. Ma, per favore, giurate di fare le cose semplici e concrete? 1000 alberi, 100 tra giardinieri e scopini, 10 controllori.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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