Vivere nel “degrado” rende costruttori di degrado. Ovvero l’importanza civica di tagliare l’erba e sistemare i marciapiedi

Vivere nel “degrado” rende costruttori di degrado. Ovvero l’importanza civica di tagliare l’erba e sistemare i marciapiedi

Tutto quello che sta per arrivare viene giù da una foto. Ce l'ha inviata in redazione una mamma, si chiama Elena. Ce l'ha mandata per dirci una cosa semplice: "questi sono i marciapiedi su cui ogni mattina, in via dei Tarquini (Santa Barbara) porto all'asilo nido mio figlio". 

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Tutto quello che sta per arrivare viene giù da una foto. Ce l’ha inviata in redazione una mamma, si chiama Elena. Ce l’ha mandata per dirci una cosa semplice: “questi sono i marciapiedi su cui ogni mattina, in via dei Tarquini (Santa Barbara) porto all’asilo nido mio figlio”. 

Elena è una delle tante persone che hanno capito che la nostra inchiesta sui marciapiedi viterbesi non sarebbe stata una cosa passeggera. Non un modo per riempire i buchi di un giornale, non un qualcosa per acchiappare i click. Tutte cose importanti, per carità, ma di cui francamente ci interessa relativamente (anche perché non ne abbiamo bisogno). La nostra inchiesta sui marciapiedi è una campagna di civiltà. Nata dalla convinzione che come “bellezza chiama bellezza” al tempo stesso “degrado chiama degrado”.

E se la tua città sa di fallimento, depressione, sfiga alla fine anche tu finisci, probabilmente, per sentirti fallito, depresso, sfigato. E l’icona di questo ragionamento l’abbiamo avuta davanti agli occhi quando Elena ci ha mandato la foto di suo figlio che sta su quel marciapiede di via dei Tarquini. Quel marciapiede dove il Comune di Viterbo si è dimenticato di andare a sistemare le cose. Dove il Comune di Viterbo dice una cosa chiara: io qui non ci sono. 

Il Comune di Viterbo non c’è lì in via dei Tarquini per quel piccolo viterbese, per sua madre e per i tanti che ogni giorno vivono in quel senso di abbandono che chi governa le città, pur tra le mille difficoltà, non dovrebbe permettersi. Crescere col degrado negli occhi svilisce, abbrutisce, consuma le prospettive migliori che risiedono in ogni essere umano. 

Ricordo esattamente il giorno in cui imparai scientificamente questo concetto. Stavo preparando l’esame di Iconografia e Iconologia e all’interno di un testo sulla comunicazione visiva la storia di una scuola di Palermo. Luogo devastato, con i muri lerci. A cui ognuno che passava di lì, ogni santo giorno, aggiungeva un segno. Fosse una svastica, una falce e martello o una qualche scritta in dialetto di offesa a Tizio o a Caio. Poi la preside e l’idea di realizzare dei murales belli su quei muri. Delle vere opere d’arte che nessuno si sognò più di deturpare. La prova che “degrado chiama degrado” è in questa semplice storia. Ed è in questa semplice storia che deve essere trovata la grandissima colpa di chi non si prende cura dell’ambiente urbano. 

Non è solo il degrado dell’incuria la sua responsabilità ma tutto il degrado che quella sua prima assenza andrà a produrre, giorno dopo giorno. Sommando al suo gesto irresponsabile quello di tantissimi altri, quegli altri che le istituzioni dovrebbero invece preoccuparsi di educare. E mentre il piccolo viterbese guarda il suo marciapiede abbandonato l’augurio che gli facciamo è di trovare sul suo cammino un domani costruito da un modo diverso di intendere le città, la politica e il governo delle prime con la seconda. 

 

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