Viterbo, il capoluogo perduto – L’analisi di Bonaventura Tecchi che vale la pena ricordare

Viterbo, il capoluogo perduto – L’analisi di Bonaventura Tecchi che vale la pena ricordare

Una descrizione lucida del Viterbese, delle sue peculiarità e del valore."Un sogno di bellezza e di forza", così Tecchi parla di Viterbo. Un sogno tradito, evidentemente, da quello che è accaduto dopo. Uno scritto datato 1942. Buona lettura.

ADimensione Font+- Stampa

Per essere capoluogo di provincia in un modo reale e non solo su carta serve una visione, una prospettiva, una consapevolezza del territorio. Per questo abbiamo deciso, così da mettere concetti utili in circolo nell’opinione pubblica e presso la classe dirigente di questa Tuscia, di riproporre uno scritto di Bonaventura Tecchi.

Una descrizione lucida del Viterbese, delle sue peculiarità e del valore.”Un sogno di bellezza e di forza”, così Tecchi parla di Viterbo. Un sogno tradito, evidentemente, da quello che è accaduto dopo. Uno scritto datato 1942. Buona lettura.

 

Che distingue questa regione dalle altre vicine? Si può parlare di un carattere, di un clima morale, di un aspetto di paesaggio, caratteristici dell’Alto Lazio? E’ una domanda sottile che, se ci si disperde in analisi troppo minute, soprattutto seguendo i meandri della storia, minaccia di naufragare nel nulla.

Alto Lazio: chi lo ripensi per un attimo nell’insieme, quasi con l’animo del viaggiatore che a distanza vuol ricollegare i suoi ricordi, e vada con la mente da Monterosi, così vicino a Roma eppure già dentro la provincia di Viterbo, al curioso triangolo che a nord s’incunea acutamente tra Umbria e Toscana e ha il suo centro in Acquapendente; oppure da Bagnoregio e Lubriano, che dalla parte di Nord-Est sfiorano l’Umbria, voli con la fgantasia alle colline di Monte Romano digradanti verso il mare e ancor più alla terrazza di Tarquinia che vede così vicino il Tirreno, alle campagne di Canino e di Montalto sulle sponde del Fiora, stenta, io credo, a farsi un’immagine unitaria.

Civita Castellana, poco al di qua del Soratte, lieta e operosa nell’industria delle ceramiche pur vicino all’ombra pensosa del duomo medievale, è certo molto diversa da Montefiascone, anch’essa laboriosa e protesa verso l’avvenire ma non poco arcigna e diffidente; e tanto più è diversa da Tuscania, così assorta nel sogno delle sue chiese, cui incombe, al margine del paese, fra gridi di ghiandaie marine, il fiato greve della Maremma.

E certi paeselli verso Nord-Est con le vie suburbane e muri alti, pieni di conventi, con lo sfondo su un burrone deserto o almeno su una valle scoscesa e più in là con la chiostra azzurrina dei monti, non v’è dubbio che hanno già caratteri umbri.; mentre altri, su costoni e dirupi pietrosi, in faccia a RAdicofani, desolati e insieme gentili, han certor isentito dell’aria e del paesaggio toscani, sia pure di quest’ultima aspra pendice toscana.

Eppure forse proprio da tanti contrasti, da influenze diverse, dal non essere né Toscana né Umbria ma neppure Lazio nel senso stretto (gli storici dicono che il nome Lazio appartenne solo a una determinata regione dall’altra parte del Tevere, fu dimenticato dopo l’Impero, per riapparire in tempi relativamente recenti), è derivato a questa regione, che con più esattezza dovrebbe chiamarsi Tuscia, un suo carattere.

Definirlo non è facile. Probabilmente il fascino dell’Alto Lazio deriva dall’incrocio di due sogni diversi che nel passato proprio su queste terre fiorirono: il sogno grande di Roma, che divenne realtà possente nei secoli, che trionfò nel mondo, che queste regioni vicine con la sua gloria e la sua potenza non solo inondò ma quasi sopraffece; e il ricordo di un altro sogno, rimasto nella memoria degli uomini quasi soltanto un mistero: gli Etruschi.

Dovunque nell’Alto Lazio affiorino rovine degne di rilievo, a Ferento, a Norchia, a Bisenzio, a Vulci, sotto le mura di laterizi compaiono i resti di costruzioni e di sculture etrusche, e non soltanto i famosi sarcofagi…

I resti misteriosi, le testimonianze ancora indecifrabili di quel sogno lontano s’incontrano con i segni di una realtà che fu grande nei secoli, della cui potenza il mondo ancora risuona; e da questo contatto nasce forse quel senso di malinconia aspra, quasi diffidente, quell’impressione di rusticità gentile, di cui molti hanno parlato. Ma sono due impressioni che andrebbero meglio definite. La rusticità gentile è carattere proprio di molte altre regioni d’Italia, e affermarla genericamente è dir troppo poco. Qui, in questa regione alle porte di Roma, è da intendere per lo meno che quella  “gentilezza” non appare facilmente, che essa è da scavare sotto rozzezze e resistenze accanite, sotto scorie multiple, perché ha origine fonda; e quando si parla di una malinconia aspra, di una certa diffidenza, risalendo all’antico, è l’eco delle generazioni che  tante cose grandi videro cadere nei secoli.

Ma non si tratta in ogni modo né di una malinconia né di una diffidenza in senso decadente; ché accanto ad esse è ancor oggi, viva e operante, una resistenza di propositi, un attaccamento alla terra, una cocciutaggine la quale, fra le popolazioni limitrofe, è andata in proverbio.

Anche il misticismo, l’amore alla religione, che tanta parte prende nella vita dell’Alto Lazio, ha caratteri diversi che nella vicina Umbria. Oltre che dai contatti con l’Umbria e dalla vicinanza di Roma, anch’esso forse ha le sue origini antiche presso gli Etruschi: almeno per quel che riguarda il senso della morte, così potente e presente non solo nelle tombe ma in tutta la campagna e il paesaggio e l’aria di Tarquinia. 

In ogni modo il misticismo da noi non ha mai avuto la letizia del “Cantico delle Creature”: è un misticismo più ruvido, si direbbe quasi più vicino alla terra. E se un santo francescano dell’Alto Lazio, San Bonaventura, portò fino agli estremi limiti i contatti tra filosofia e teologia, anzi quasi annullò quella in questa, fu proprio lui che cercò di adeguare i rigori della primitiva regola francescana alle necessità della vita pratica e fu per suo consiglio che Raniero Gatti chiuse nel palazzo di Viterbo i cardinali indugianti e solo attraverso il tetto scoperchiato mandò loro parche vivande, fino a che non si decisero a eleggere un nuovo papa …: curioso impasto di misticismo e di praticità. Anzi in questo incrocio, che pure si riscontra in altre contrade ma che da noi prende toni di contrasto a volte sorprendenti, è da cercare un altro dei caratteri della regione.

E su tanti contrasti domina, nelle borgate e nei paeselli, un silenzio fondo, quasi arcano, che ha la sua influenza perfino nell’aspetto del paesaggio. Certo a render suggestivo il paesaggio concorrono anche i resti della vita medioevale: torri e bastioni, mure merlate e castelli, spesso in rovina. Sono ricordi di lotte e sofferenze, di ribellioni e di sottomissioni, come in tante altre parti d’Italia; ricordi frequenti nelle campagne dell’Alto Lazio, in pianura e in collina, nelle solitudini della Maremma e specie nell’ex Ducato di Castro dove lo stesso paese che diede il nome alla regione, Castro, non è più che un mucchio di sassi. Ma qui, in questa regione di santi e di papi, di re etruschi e imperatori (Tarquinia diede a Roma più di un re e Ottone è originario di Ferento), anche i ricordi del medioevo guerriero e ribelle sembra che sfumino in un’aria più lontana, in una malinconia più antica, in cui il limite vero è soltanto un lembo di cielo.

Un’altra delle caratteristiche del paesaggio è data dalla posizione degli abitati. Molti dei paesi della provincia di Viterbo, specialmente quelli verso Nord, stanno appollaiati in alto, neri come falchi, su colli aspri di pietre o di tufi, non dissimili in questo da molti paesi dell’Umbria o della Ciociaria: ma qui, nell’Alto Lazio, le case e le piazze, i campanili e le chiese hanno più spesso vicino il bianco delle argille che, sotto il tufo, ne minano segretamente la sicurezza, qualche volta la stessa esistenza, come a Celleno e Onano, a Roccalvecce e a Civita di Bagnoregio …

Lassù, in quei borghi, s’annida più profondo il silenzio: un silenzio che è dell’aria, del momento, della vita solitaria d’ogni giorno, ma che sembra anche di quella storia, di quei giorni in contrasto, di quelle visioni lontane. Chi sale lassù, come sulla rocca di Montefiascone, può scorgere, in certe mattine  chiare d’inverno o nei pomeriggi sereni d’estate, le due città che sono quasi i due poli opposti, fisici e spirituali, di quella parte non trascurabile dell?Alto Lazio, che, fra lago di Bolsena e Teverina, s’incunea verso settentrione. Da una parte l’umbra Orvieto, eretta sul tufo, quasi come sollevata dalla terra, elegante e mondana, gentile e spendereccia, eppure con i segni del misticismo e dell’apocalisse così chiari nelle sue pietre, nell’atmosfera che la circonda. Dall’altra parte Viterbo, terragna e positiva, con le spalle protette per via del monte dal ricordo troppo grande e vicino di Roma, la pianura che le si stende dinanzi ampia e feconda, con le torri che guardano serie e accigliate sulle strette vie medioevali, con la sua gente tenace e guardinga che sembrerebbe dedita solo ai commerci e ai risparmi e invece ha nel suo duomo solitario e appartato, nei ricami aerei della loggia, nella ossatura possente delle mura, nella ricchezza delle fontane leggiadre e antiche, un sogno di bellezza e di forza.

Bonaventura Tecchi

 

Natale Viterbo