Viterbo e Avignone, un romanzo che non fu scritto

Viterbo e Avignone, un romanzo che non fu scritto

Viterbo e Avignone, terre così vicine e al tempo stesso tanto lontane. Terre unite anche dai mille rimpalli di un gemellaggio "maledetto". Tante volte tentato e mai approdato a nulla. Ma in pochi sanno che Viterbo e Avignone stavano per essere unite dallo scrittore viterbese Bonaventura Tecchi, ma neanche questa operazione andò in porto.

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Viterbo e Avignone, terre così vicine e al tempo stesso tanto lontane. Terre unite anche dai mille rimpalli di un gemellaggio “maledetto”. Tante volte tentato e mai approdato a nulla. Ma in pochi sanno che Viterbo e Avignone stavano per essere unite dallo scrittore viterbese Bonaventura Tecchi, ma neanche questa operazione andò in porto.

E’ lo stesso Tecchi a raccontare questa storia, che La Fune riporta fedelmente. 

 

E’ curioso che fra le mie carte più vecchie, quando ero un ragazzo sui diciotto e i vent’anni, e dunque avevo appena lasciato le mura e gli archi della medievale Viterbo, dove avevo passato cinque anni, i due ultimi del ginnasio e i tre del liceo, io trovi appunti numerosi nientemeno su un romanzo storico  che in parte si sarebbe dovuto svolgere a Viterbo e in parte ad Avignone.

Grande impressione mi aveva fatto, come del resto credo a ogni giovane studente, gli avvenimenti della Rivoluzione Francese, come poi quelli dell’epoca napoleonica. Anche dopo aver superato al liceo gli esami di storia (e nel terzo anno cadevano, se non ricordo male, quelli di storia moderna) continuai a leggere libri sulla Rivoluzione Francese. Particolarmente nella storia di Giulio Michelet mi destarono orrore le stragi avvenute ad Avignone, le violenze, tutt’ora visibili, nel Palazzo dei Papi in quella città.

Molti anni dopo (e ne scrissi in due corrispondenze al Corriere della Sera, non ancora raccolte in volume) mi recai ad Avignone, proprio sulla scia dei ricordi, ormai vecchi, di quella mia intenzione di scrivere un romanzo storico. Meraviglia fu che il Palazzo dei Papi di Avignone non somigliasse affatto, benché nelle mie fantasie me lo ero immaginato simile, a quello di Viterbo …

L’idea del romanzo era, presso a poco, questa: un giovane per ragioni di studio o di lavoro si reca negli anni intorno al 1780-96 da Viterbo ad Avignone; è sorpreso dalla Rivoluzione Francese e scrive in lunghe lettere le sue impressioni ai genitori e agli amici rimasti a Viterbo.

E’ un giovane che era stato educato da una famiglia molto religiosa, aveva frequentato il seminario viterbese – unico centro di studi, se non erro, in quel tempo a Viterbo -; e alla religione, nonostante gli orrori della Rivoluzione e anche le attrazioni delle nuove idee, rimane sostanzialmente fedele. Ma a poco a poco, nelle sue lettere si nota un cambiamento: il giovane tenta di far capire ai genitori e agli amici che debbono ripudiare sì, come è fin troppo naturale, la crudeltà e le stragi della Rivoluzione, ma che, pure in mezzo al ripudio delle esagerazioni e delle negazioni, in particolar modo dell’ateismo allora trionfante, egli ha fatto una scoperta, audace a quei tempi: cioè che alcuni ideali di quella Rivoluzione – la quale proclamò, anche a nome di rappresentanti del clero, i diritti civili dell’uomo – e insieme alcune ispirazioni nel campo della giustizia sociale ed economica, non contrastavano, sotto alcuni aspetti, con gli ideali cristiani …

Di qui, dapprima un conflitto, acuitosi al ritorno del giovane in seno alla famiglia e agli amici, a Viterbo; poi, alla fine, specie alla morte di un parente lungimirante, la conciliazione nell’aprirsi di una luce, cristiana e moderna, di una speranza verso un mondo nuovo.

Questo romanzo storico non fu scritto, sono rimasti soltanto gli appunti. Non sarà mai scritto, perché troppo superiore alle mie forze. 

Ma i ricordi di quella mattina di maggio ad Avignone, in cui fra il canto degli uccelli sugli alberi della collina soprastante e la lucida lastra delle acque del Rodano appena appannato di nebbie sull’altra riva, visitai il Palazzo dei Papi in terra di Francia; e i ricordi della medievale Viterbo, la mia Viterbo, quando era molto diversa da ora, negli anni che vi fui studente fra il 1909 e il 1914, mi sono rimasti nella memoria. E vi rimarranno sempre.

Bonaventura Tecchi

Decarta racconta la Tuscia