Viterbo capitale italiana della cultura? Ma sì, ma no, ma su, ma dai …

Viterbo capitale italiana della cultura? Ma sì, ma no, ma su, ma dai …

Il capoluogo della Tuscia avrebbe bisogno di meno parole e più lavoro, meno estro e più concretezza. Per esempio: quale sarebbe il modello culturale Viterbo che ci dovrebbe portare al centro dell'Italia?

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PrioriIl tema è di quelli cool: Viterbo capitale italiana della cultura. Tanto cool quanto più si tratta di una chiacchiera da salotto. Da mandare giù magari bevendo del tè, scegliete voi se all’inglese o meno, e triturando dei pasticcini secchi, scegliete voi se di Casantini, Palozzi, Lombardelli o altro.

Nel capoluogo della Tuscia se ne parla da morire, anche se forse dopo aver letto questo articolo se ne parlerà dal morir dal ridere (amaramente). Il Comune di Viterbo è stato spronato nei giorni scorsi dal presidente del consiglio Filippo Rossi, che ha presentato una mozione per dare subito vita a un pool operativo che lavori alla candidatura. Ogni anno il consiglio dei ministri conferirà il titolo a una città italiana. Il consiglio regionale del Lazio ha già impegnato il presidente e l’assessore al ramo a candidare il capoluogo della Tuscia. Serve che a muoversi sia l’amministrazione comunale e i suoi pachidermici uffici.

Rossi ha chiesto al sindaco di costituire un pool, incaricato di stilare il dossier di candidatura, composto dagli assessori locali a Cultura, Sviluppo Economico e Centro Storico. Un nucleo al quale è possibile affiancare tecnici ed esperti del settore. A far ridere non è l’iniziativa di cui si è fatto catalizzatore Rossi. Anzi, il suo ragionamento è positivo.

A far sorridere è l’idea di voler candidare a città della cultura italiana un capoluogo di provincia dove la cultura non è certo di casa, a differenza di quello che magari si vorrebbe fare credere attraverso le classiche macchinette del fumo a manovella.

Il tessuto culturale viterbese è devastato. Non c’è una rete tra le varie realtà ed esistono festival l’un contro l’altro armati. Pacificati al momento con un meccanismo di convenzioni strampalate, perché nessuno dei festival firmatari sa con esattezza su che budget comunale può contare ogni anno in maniera utile per fare programmazione. Sanno che prenderanno dei soldi e questo sembra bastargli, a riprova che si tira a campare. C’è poi una grande melassa e non si fa distinzione tra chi produce cultura e chi l’acquista al supermarket dell’industria cultural/televisiva italiana. Tra chi sparge semi sul territorio anche durante l’anno e chi il territorio lo saccheggia. Tra chi crea lavoro e chi consuma energie.

In queste ore l’argomento è stato masticato anche dal commissario del Consorzio Biblioteche Paolo Pelliccia: “I nostri amministratori devono essere dei visionari. Parlano di Viterbo come capitale della cultura e non si rendono conto che non c’è una libreria vera, non un cinema, non un museo degno di questo nome e ora rischia di chiudere anche la biblioteca”. Tutti elementi che sarà difficile incorporare nel dossier di candidatura. Forse dentro i pasticcini da salotto c’era della cannabis e non ci resta che ridere, sperando che si inizi davvero a mettere mano a certe questioni.