Vita da numeri 1 – “Sopra al giorno di dolore che uno ha”

Vita da numeri 1 – “Sopra al giorno di dolore che uno ha”

Era una notte come tante altre. Una notte di quelle che non ne hai mai abbastanza e che l' andare a dormire è l'ultima cosa a cui pensi. Per la maggior parte delle persone era mattina ed era sabato ma per noi giovani di allora era ancora venerdì notte anche se ormai l’alba iniziava a far capolino in quell'ormai lontano, ma ancora vivo, 28 marzo 2009.

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Era una notte come tante altre. Una notte di quelle che non ne hai mai abbastanza e che l’ andare a dormire è l’ultima cosa a cui pensi. Per la maggior parte delle persone era mattina ed era sabato ma per noi giovani di allora era ancora venerdì notte anche se ormai l’alba iniziava a far capolino in quell’ormai lontano, ma ancora vivo, 28 marzo 2009.

Il paese iniziava a svegliarsi con il suo rumore e i rituali di sempre. Qualcuno si recava al bar per il solito cappuccino e cornetto mentre altri andavano al forno per comprare il pane. Qualcuno ancora dormiva sereno e qualche vecchietta acquistava i fiori per andare al cimitero.

Tutto dannatamente naturale come capitava anche a me che mi preparavo per andare a svolgere l’ultimo allenamento della settimana in vista della partita che avrei giocato l’indomani.

Come quelle vecchiette passavo anche io dal fioraio o meglio, dalla fioraia visto che era mia sorella, ma sentivo un’aria strana, pesante, fredda. Entra mia madre che era andata a prendere i caffè per tutti e parlava di un grave incidente ma senza nulla di chiaro…senza senso.

Parlava di un incidente che aveva coinvolto due giovani di Blera e che uno forse era morto ma vi erano dubbi su chi fosse. La tragica notizia arrivò cinque minuti più tardi quando entra nel negozio mio padre e ci dice che quel ragazzo aveva un nome e cognome e che purtroppo era l’ultimo che avremmo voluto sentire. Era Bruno Cenciarini che per tutta la provincia era Brunetto.

È difficile spiegare chi è stato Bruno per chi non ha avuto il grande regalo di conoscerlo. Di viverlo. Di sopportarlo. Era un vulcano, un instancabile, un generoso. Era fastidioso come una zanzara e sorridente come sono solo le cose belle.

Quell’anno facevamo il ‘Fantacalcio” insieme. Quante risate e quanta passione metteva per quella squadra che come uno scherzo del destino avevamo deciso di chiamare “Non vi resta che piangere”.
Lui che impazziva per il “Principe” Milito e che avevamo fatto carte false pur di prenderlo e tanto fissato che una mattina, alle 7.00, con io che mi ero appena svegliato, mi chiamò solo per sapere se poteva mettere Trezeguet dal momento che la Juventus andava a Bergamo contro l’Atalanta.

Se una cosa gli piaceva poteva parlartene per ore e il calcio e soprattutto la Roma era una di quelle.
Unico e inimitabile. A mia moglie le prendeva sempre un colpo tutte le volte che lo incontravamo perché già sapeva che quando iniziavamo ne avevamo per molto. Quanto manca anche a lei…

Mi voleva un bene esagerato e voleva sempre parlare di pallone. Nel rettangolo di gioco si trasformava e quella sua testa calda e il fatto che gli piaceva fare tardi forse sono stati il suo limite visto che aveva doti tecniche sopra la media. A quel “pallonaccio” però non ha saputo mai rinunciarci.

Il campo era l’unico posto dove gli si faceva tutto buio e dove poteva discutere o arrivare alle mani anche con il suo migliore amico per un fallo o per una sconfitta che non aveva digerito. Solo che lui, a differenza del mondo intero, aveva un qualcosa in più…era Brunetto e aveva un cuore talmente tanto grande che gli si perdonava tutto… e come sempre finiva tutto tra risate, urla e abbracci.

Se non lo vedevi lo sentivi. Aveva un fischio che ti entrava nelle orecchie come un coltello e senza girarti iniziavi già a ridere perché nel bar era entrata la gioia fatta persona. Quel venerdì, in tarda mattinata, ricordo che lo incontrai e mi fece segno di fermarmi. Con le mani, con il clacson e dopo anche con i fischi (sorrido mentre scrivo…come era buffo).

Sicuramente doveva parlarmi della formazione ma gli feci segno che era tardi. Dovevo andare, prima a fare una consegna per il negozio e poi prepararmi per l’allenamento. Dallo specchietto lo vedevo piegato sul volante del furgone che rideva e quella faccia mi face stare tranquillo perché mi confermava che si trattava di una cazzata.

Se avessi saputo che era l’ultima volta che lo vedevo, non solo mi sarei fermato, ma lo avrei portato con me e chissà, magari lo avrei fatto anche allenare con la mia squadra in una categoria che come diceva sempre, con un’altra testa la poteva fare anche lui.

Dopo ricordo solo tristezza e lacrime. Vuoto e silenzio. Ricordo la folla incredibile giunta per il suo ultimo saluto e quella sensazione di impotenza di quando hai a che fare con un destino che aveva scritto purtroppo un qualcosa di drammatico.

Ricordo lui in quel furgone, con i pantaloncini e con quelle maglie da gioco sempre più grandi rispetto a quelle spalle così piccole. Lo ricordo prima con i capelli lunghissimi in quel suo movimento del capo che faceva sempre per spostarli dalla faccia e dopo in quel taglio corto che metteva in risalto un viso al limite della perfezione.

Ricordo le sensazioni che solo lui riusciva a farti provare e quella camminata buffa, veloce e curiosa.
L’anno successivo provai nuovamente a fare la squadra del “Fantacalcio”. Mi sembrava che glielo dovevo ma alla fine non ci sono riuscito a portare al termine la stagione. Quello forte era lui e capii che fondamentalmente quello che mi piaceva di quel gioco era il fatto di condividerlo con un amico speciale.

Se chiudo gli occhi tante volte mi sembra ancora di sentirlo e quando questo succede non vorrei mai aprirli per non permettere a quella magia di scomparire. Li tengo stretti stretti, rimango al buio e mi godo ogni suo singolo urlo, ogni sua risata.

Subito dopo però è come lo sentissi avvicinare. La sua voce finalmente calma e i suoi occhi sorridenti. Mi sembra di sentirlo che mi abbraccia ed è come se all’orecchio mi chiedesse di aprirli senza paura e di guardare tutte le cose belle che ancora ci sono e di cui lui ne ha goduto come un pazzo fino all’ultimo istante della sua giovane vita. #vitadanumeri1