Vita da numeri 1 – Non tutti siamo uguali difronte alla morte

Vita da numeri 1 – Non tutti siamo uguali difronte alla morte

Ha fatto molto scalpore in questi giorni la decisione della Corte di Cassazione di annullare l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna con la quale rigettava la richiesta degli avvocati del Boss di Cosa nostra, Totó Riina, di differimento della pena o la detenzione domiciliare in quanto gravemente malato.

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Ha fatto molto scalpore in questi giorni la decisione della Corte di Cassazione di annullare l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna con la quale rigettava la richiesta degli avvocati del Boss di Cosa nostra, Totó Riina, di differimento della pena o la detenzione domiciliare in quanto gravemente malato.

Secondo la Cassazione il Tribunale ha omesso di considerare le condizioni generali di salute e non avrebbe motivato in maniera adeguata se lo stato attuale di detenzione sia ormai compatibile con il senso di umanità della pena. Sono bastate queste semplici parole, che dal punto di vista giuridico potrebbero anche essere corrette, a far scatenare l’opinione pubblica. Questa motivazione, insieme al fatto che “al detenuto deve essere concessa una morte dignitosa” hanno fatto gridare allo scandalo. Hanno fatto crescere rabbia, disgusto e delusione.

A questi, la stragrande maggioranza, si sono ovviamente contrapposti i soliti bastian contrari che, come capita ormai per tutte le cose, dovevano andare ovviamente nella direzione opposta. Anche quando si tratta del Capo dei capi. Di una delle persone più influenti della malavita italiana. Un uomo che ha fatto da mandante e che ha partecipato in prima persona agli omicidi più efferati della storia criminale degli ultimi anni.

Se da una parte posso anche essere d’accordo sul fatto che se ci sono delle leggi e regolamenti da applicare lo si deve fare per tutti è anche vero che forse queste persone dimenticano il fatto che per la maggior parte dei malavitosi la Costituzione o l’Ordinamento Penitenziario sono solo dei mezzi da mettere in mano agli avvocati per farsi difendere.

Forse dimenticano che quella dignità di cui tanto parlano Riina non l’ha avuta nel momento in cui scioglieva nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, quando faceva saltare in aria Falcone e Borsellino. Quando ordinava le esecuzioni di Rocco Chinnici, Boris Giuliano, Piersanti Mattarella, Ninni Cassara’ o il Generale Dalla Chiesa, non era dignità ma fame di potere. Supremazia. Odio e desiderio di sostituirsi allo Stato.

Dal momento che si invoca tanto il diritto e i regolamenti vorrei ricordare che per dignità si intente il “rispetto che l’uomo, conscio del proprio valore sul piano morale, deve sentire nei confronti di se stesso e tradurre in un comportamento e in un contegno adeguati”, quindi non capisco come si possa invocare questo valore in un soggetto che ne è completamente privo o che comunque nella sua vita da uomo libero ne ha sempre fatto volentieri a meno.

Il vero problema dell’Italia non è tanto la mancanza di regole ma la volontà di farle rispettare. Ho sempre seguito con particolare interesse le battaglie dei radicali e in molte di queste mi sono sentito anche di dargli ragione ma il problema è che nel nostro Paese non si cerca il riconoscimento di un diritto. In Italia si cerca chi ci mette nelle condizioni di fare come ci pare.

Parlavano di legalizzazione delle droghe leggere e in tanti già si sentivano come Pablo Escobar. Ora combattono ogni giorno per il riconoscimento dei diritti delle persone detenute e si leggono tutti i giorni sul web richieste assurde tipo la stanza singola o quella dei fumatori.

Non possiamo impegnarci per un qualcosa di cui poi subito qualcuno ne approfitta. Esagera. Non ci cerca il bene primario ma si vuole a tutti i costi raschiare il barile in modo da prendere il più possibile. Gli Istituti Penitenziari dovrebbero essere come un grande semaforo. Rosso, giallo e verde e la rieducazione, parola che fa riempire la bocca a tanti, dovrebbe essere conquistata, cercata e voluta da ogni singolo soggetto.

Una persona che ha sbagliato deve pagare e deve essere garantita la certezza della pena. Ogni traguardo va conquistato con il sacrificio e con la voglia di tornare a essere un uomo migliore e non con le chiacchiere degli avvocati. Loro devono essere solo dei supervisori in un percorso che deve svolgersi nel migliore dei modi.

Non appena si entra in carcere i diritti di ogni soggetto dovrebbero diminuire in maniera proporzionale alla trasgressione che lo ha portato a essere detenuto. Semaforo Rosso.

Man mano che una persona si rende disponibile ad accettare un programma di trattamento si passa al giallo per poi far scattare il verde quando si dimostra il pieno riconoscimento delle autorità e dei regolamenti interni. Solo allora si potrà pensare a ore fuori dalla camera di pernottamento, al lavoro e allo sport. Solo allora si potrà parlare di colloqui prolungati o spazi all’aperto per passare qualche ora con la famiglia. Solo allora ma con la consapevolezza che come succede con la segnalazione stradale, il verde non è definitivo e potrebbe nuovamente accendersi il rosso nel caso si torni a sbagliare.

Solo nel 2013 Riina, nel carcere di Opera, veniva intercettato mentre diceva a un altro detenuto di volere per il pm Di Matteo la stessa fine di Falcone e Borsellino e oggi, a distanza di soli 4 anni si cerca una morte dignitosa.

Oggi Il Capo dei capi ha 87 anni ed è gravemente malato e molto probabilmente non gli rimarrà ancora troppo da vivere ma è doveroso che rimanga da solo ancora alla ricerca di se stesso perché quelli che ha fatto ammazzare lo sapevano benissimo chi erano e soprattutto cosa volevano. Sapevano la differenza tra il bene e il male e sapevano che il coraggio non è guardare negli occhi un bambino e ammazzarlo. Il coraggio è alzarsi ogni giorno e combattere per un mondo migliore. #vitadanumeri1