Vita da numeri 1 – Il piccolo Gigi che diventa Frattali

Vita da numeri 1 – Il piccolo Gigi che diventa Frattali

Dall'Astrea ai rigori parati nella semifinale di play-off di Lega Pro: la lunga carriera di Pierluigi Frattali, oggi portiere del Parma appena promosso in serie B. #vitadanumeri1

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È un’amicizia che parte da lontano. Da uno spogliatoio condiviso e da un ruolo, quello del portiere, che la maggior parte delle volte ti mette in competizione, ma che in tante altre è capace di regalarti legami che durano nel tempo e che soprattutto non si dimenticano. Era la stagione 2004-2005, la mia prima all’Astrea ma anche la prima e l’unica di Pierluigi Frattali, un giovane portiere di Roma arrivato in prestito dal Frosinone e su cui la società puntava molto dal momento che era un classe 1985 e le regole volevano, in quegli anni, che si schierassero obbligatoriamente in campo un giovane nato nel 1984, due nel 1985 e uno nel 1986.

Iniziava quindi una nuova avventura per entrambi. Un’avventura piena di incognite, con la bellezza misteriosa di ogni prima volta. Quando si parte in ritiro e quando arrivi in una società nuova sono veramente pochi i pochi punti di riferimento a cui ti puoi aggrappare, parli con quei pochi ragazzi che conosci e cerchi un approccio con il tuo vicino di posto sull’autobus. Cerchi di capire i ruoli, studi i comportamenti dei compagni e non vedi l’ora di iniziare a fare sul serio per entrare nel vivo del tuo lavoro, della tua passione. Non vedi l’ora di mettere in discussione le tue certezze per confrontarti con giocatori che potrebbero essere migliori di te. All’inizio ricordo che Gigi (lo chiamavamo così) non mi fece una grande impressione, lo vedevo poco maturo o comunque non pronto per un mondo che viaggiava troppo veloce e che soprattutto non aveva il tempo di aspettare. Guardavo con maggiore attenzione gli altri portieri e cercavo di allenarmi bene per mettere in mostra le mie qualità.

Ma come dicevo il regolamento parlava chiaro e, essendo l’Astrea una squadra formata per lo più da giocatori esperti, era troppo importante trovare un portiere giovane da schierare nell’undici iniziale. E così, sin da subito, la maglia numero uno fu assegnata a lui. Maglia che difese per l’intera stagione con tutta la motivazione e l’umiltà di un predestinato. Prestazioni esaltanti intervallati da qualche piccolo errore di inesperienza gli fecero prendere coraggio e sicurezza. La sua voglia di migliorarsi, di mettersi in gioco e la sua grande dote di saper ascoltare e di saper stare al proprio posto fece in modo che la competizione per la maglia da titolare si trasformasse ben presto in una vera e propria amicizia. Quel visetto pulito pian piano che passavano le domeniche iniziava a “sporcarsi” per la durezza di un calcio a lui fino ad allora sconosciuto, dal momento che arrivava da un settore giovanile. La sua voce da bambino partita dopo partita diventava sempre più credibile e il suo atteggiamento in porta iniziava a sembrare quello di un portiere vero e non quello di un giovane dalle belle speranze.

Alla fine di ogni partita chiedeva sempre il mio giudizio e ogni volta cercavo di dargli quei suggerimenti da mettere in pratica in un futuro che sapevo che poteva parlare di lui. Avevamo un preparatore dei portieri, il grande Pietro Santinelli, che era un vero fuoriclasse e con lui avevamo capito subito che con un pizzico di fortuna quel ragazzo avrebbe potuto fare il grande salto nel calcio che conta. Non tanto per le sue doti tecniche ma soprattutto per la voglia di migliorarsi e per quell’umiltà che difficilmente si trovava nei giovani di quegli anni.

Dopo la stagione passata insieme. Dopo tutti quegli allenamenti sotto la pioggia, al freddo o nel caldo infuocato di Roma, lo vidi dal vivo solo un’altra volta, l’anno successivo, quando passò a trovarci al campo. Era tornato al Frosinone e in pochi mesi aveva già fatto dei miglioramenti impressionanti dal punto di vista fisico. Con i ciociari rimase per altre cinque stagioni dove avvenne, nel 2008, anche il suo esordio in serie B nella partita Salernitana-Frosinone. Il piccolo Gigi nel calcio che conta. Che emozione la prima volta che lo vidi in televisione. Lo cercavo in ogni inquadratura per vedere come si muoveva e cercavo in quel professionista l’amico di tanti momenti condivisi insieme. Dopo Frosinone ha girovagato un po’ per l’Italia lasciando sempre un ottimo ricordo in qualsiasi piazza avesse giocato: Vicenza, Verona, Vallee D’Aosta e Cosenza. La vera consacrazione avvenne nelle stagioni ad Avellino. Da ottimo portiere fece capire a molti addetti ai lavori che quelle erano le sue categorie e che soprattutto non doveva essere più considerato solo uno di passaggio. Prestazioni da vero numero uno che gli fecero sfiorare anche la serie A.

In questa stagione la voglia di andare a giocare titolare gli fa accettare il passaggio al Parma, in Lega Pro. Appena arrivato si guadagna subito la maglia numero 1 in una delle piazze più importanti del Calcio Italiano. Come nelle favole e come nei finali più belli da scrivere nella semifinale play-off neutralizza due rigori contribuendo in maniera decisiva alla promozione del Parma in serie B e riprendendosi quella categoria che ha dimostrato più volte di spettargli di diritto, visto che ogni volta l’ha dovuta conquistare con rabbia e sudore. Quando penso a lui sorrido e penso che è stato l’unico portiere in grado di tenermi per un anno intero al freddo di una panchina e sorrido soprattutto ripensando a quella giornata del 3 aprile 2005 quando, causa febbre di Gigi, toccava a me a giocare e come uno scherzo del destino, in quella giornata, fermarono tutti i campionati per la morte di Papa Giovanni Paolo II. Fu lì capii realmente che quell’anno non ce n’era proprio per nessuno.

Una storia come tante, ma uno spirito e una voglia di arrivare come pochi. I sogni vanno rincorsi, vanno raggiunti e una volta stretti tra le mani vanno tenuti con forza e ed energia perché è nella voglia di riscoprirsi ogni giorno che è nascosto il segreto di un vero professionista.

#vitadanumeri1

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