Vita da numeri 1 – David D’Antoni, quando allenatore si nasce

Vita da numeri 1 – David D’Antoni, quando allenatore si nasce

L'Italia è il Paese degli allenatori. Ce ne sono anche troppi. Tutte le domeniche presenti in panchina e nella stragrande maggioranza spettatori in tribuna. Qualcuno che spera che le cose vadano male per subentrare al posto del malcapitato di turno o altri che elargiscono consigli tattici senza apparenti meriti sportivi, ma solo per il semplice gusto di dire qualcosa. E che qualcosa...

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L’Italia è il Paese degli allenatori. Ce ne sono anche troppi. Tutte le domeniche presenti in panchina e nella stragrande maggioranza spettatori in tribuna. Qualcuno che spera che le cose vadano male per subentrare al posto del malcapitato di turno o altri che elargiscono consigli tattici senza apparenti meriti sportivi, ma solo per il semplice gusto di dire qualcosa. E che qualcosa…

Qualcuno allenatore ci nasce mentre altri ci diventano con gli anni attraverso lo studio maniacale di situazioni o attraverso la visione di migliaia e migliaia di partite.

Che David D’Antoni, invece, lo sarebbe diventato, lo si era capito sin da subito. Credo che qualsiasi calciatore che abbia avuto la fortuna di condividere lo spogliatoio con lui possa dire sicuramente che “Dado” (così lo chiamano tutti) allenatore lo era già in campo. Tatticamente perfetto, carisma innato e predisposizione al dialogo spiccata in una caratteristica, quest’ultima, non sempre facile da trovare nei compagni di squadra.

Di cose importanti David le aveva fatte già nella sua illustre carriera da calciatore. Dopo la trafila nel settore giovanile della Roma passa all’Empoli con in mezzo la parentesi in Serie D con il Ladispoli. Con la società toscana arriva anche l’esordio in serie A in quel Sampdoria-Empoli che difficilmente dimenticherà lui e tutti gli amici che lo seguivamo da casa. Esordio nello stesso momento in cui tutto il popolo Blucerchiato era in piedi ad applaudire l’uscita dal campo di Ariel Ortega, vero mattatore di giornata.

E’ sempre una sensazione particolare quando è un tuo amico o una persona che conosci a raggiungere un traguardo così importante come l’esordio in serie A. L’esordio nel calcio che conta. In quel calcio che pensavi impossibile da raggiungere e in quel calcio dove faticavi ad arrivare anche con la sola forza dell’immaginazione.

Quando invece ti capita di osservare un ragazzo che conosci, quel mondo, a un tratto, lo senti talmente vicino e reale che come per magia inizi a sognarlo di nuovo. Quella fu l’unica esperienza nella massima serie ma seguirono annate di altissimo livello: Alessandria, Vis Pesaro, Salernitana, Cesena, Genoa, Venezia e le importanti stagioni nelle fila del Frosinone che lo portarono dalla serie C2 alla serie B con quasi sempre la fascia da Capitano al braccio.

Dopo gli anni con i ciociari la carriera del centrocampista di Capranica è andata pian piano verso la chiusura sia per vicende sfortunate, come la mancata iscrizione del Rimini in C1, che lo aveva acquistato; la retrocessione l’anno successivo con la maglia della Ternana ma anche una serie di infortuni che lo portarono a scegliere di giocare le sue ultime carte nelle serie minori.

Civita Castellana prima e Sorianese poi, ed è proprio nelle fila della società dei monti Cimini che ho avuto la fortuna di giocare con quel giocatore che avevo seguito sin dai tempi della scuola e che finalmente potevo avere come compagno di squadra.

Ricordo la sua grande umiltà nel presentarsi in una categoria, l’Eccellenza, che per quello che lui aveva dato in passato, gli stava sicuramente stretta. Il suo modo di mettersi a disposizione dei più piccoli, il peso che aveva la sua voce nello spogliatoio. Il rispetto che gli riservavano gli avversari e la straordinaria capacità di vedere la giocata prima di ogni altro comune mortale erano un lusso per un campionato regionale.

Come segno di stima e ammirazione ricordo che gli consegnai la fascia da capitano, dal momento che era la persona più adatta ad indossarla, sia per nome che per passato, ma lui, con la classe che appartiene solo a quelli veramente bravi, mi ringraziò e aggiunse che era felice che la indossassi io.

Vederlo giocare era un insegnamento per tutti quelli che non credono che la testa sia elemento fondamentale per raggiungere certi risultati. Fisico esile e dalla corsa ormai non più fluida, sapeva trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto. Dettava i tempi come un vero direttore d’orchestra e faceva sembrare ogni singola giocata la più semplice del mondo.

Sapevo che avrebbe fatto l’allenatore, lo si capiva quando commentavamo in macchina le partite a fine gare o quando si discuteva negli spogliatoi il martedì successivo. Mai una parola sbagliata e sempre in quella sicurezza di chi è veramente convinto di quello che sta dicendo. All’apparenza questa cosa potrebbe sembrare abbastanza scontata ma vi assicuro che nel calcio non è affatto così: è proprio nel saper essere credibile agli occhi dei giocatori che si nasconde la dote maggiore di un allenatore.

L’anno successivo lasciai Soriano mentre a Dado avevano affidato la panchina. Il primo anno, come ogni inizio, non è stato facile per un ragazzo che era appena uscito dal campo, ma l’anno successivo, passando al Monterosi, fu quello della svolta. Alla guida dei bianco-rossi vinse subito il campionato di Eccellenza e nella stagione appena trascorsa, per un solo punto non è riuscito ad aggiudicarsi il campionato di serie D che gli avrebbe aperto nuovamente le porte del professionismo.

Campionato vissuto da vero protagonista. Leader di una corazzata forte ma che ha saputo gestire da vero allenatore navigato. Nella stagione 2017-2018 David D’Antoni tornerà nella sua Frosinone, allenerà la squadra primavera e cercherà di portare la sua idea di calcio anche nel posto dove maggiormente ha lasciato la sua impronta come calciatore. Inizierà una nuova avventura in una categoria sicuramente non facile da gestire ma che saprà capire e fare sicuramente sua.

Una grande occasione per un ragazzo nato per il calcio e che ha saputo tirare fuori il massimo da ogni situazione…anche la più complicata. Un bambino di provincia ma che ha saputo diventare un uomo in giro per l’Italia, in quella solitudine di chi vuole veramente arrivare. Un ragazzo con i piedi per terra e un ragazzo che spero possa essere l’esempio per molti giovani che sognano ancora con il mondo dorato del pallone. #vitadanumeri1

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