Viaggio nel “santuario” delle Macchine di Santa Rosa

Viaggio nel “santuario” delle Macchine di Santa Rosa

E’ roba da brividi, per i consapevoli della tradizione del Trasporto, entrare in quel capannone sulla Tuscanese dove è custodita la parte più brillante dell’anima di Viterbo.

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Trenta anni di “Sollevate e fermi!”, di ciuffi “accapezzati”, di stivaletti neri che hanno macinato chilometri. Da Porta Romana alla basilica della patrona, con tutti gli “allunghi” e le variazioni del caso. Un intreccio di storie, di voci, di volti. Le voci e i volti di chi le ha portate, ma anche di chi le ha viste passare tra i vicoli stretti della città e le sue piazze. Roba andata in scena al buio, tra i silenzi e i boati dei presenti. In mezzo all’uno-uno del capofacchino, con la sua voce come unico strumento per tenere il passo e guidare, di anno in anno l’impresa.

E’ roba da brividi, per i consapevoli della tradizione del Trasporto, entrare in quel capannone sulla Tuscanese dove è custodita la parte più brillante dell’anima di Viterbo. Lì era un gran casino, lo sanno tutti. Polvere, guano di piccione, caos di sovrapposizioni delle strutture. Finalmente a gennaio è stato riportato il decoro. Per decisione del Comune di Viterbo e grazie al lavoro della Edilnolo dei Fiorillo. Gente con “la macchinite” e costruttori di Gloria, l’ultima arrivata nella storia delle Macchine di Santa Rosa.

Con La Fune abbiamo avuto la fortuna – mesi fa – di poter entrare, attraversare questo capannone come tanti ma con la sorte speciale di essere chiamato a custodire un tesoro. Ora è tutto pulito e in ordine. I pezzi di ogni Macchina riuniti. Ce ne sono cinque, perfettamente conservate. Tutto quello che è accaduto dal 1986 a oggi. Gloria ancora non è arrivata, deve farne di strada. E’ custodita direttamente dal costruttore e giungerà qui dopo il congedo.

Ad accoglierci c’è Fiore del Cielo. Prima la base e dietro tutto il resto. Macchina uscita di parecchio dagli schemi della tradizione ma particolarmente fortunata. Con lei il riconoscimento di patrimonio dell’Umanità in quel di Baku e poi l’ultima avventura all’Expo di Milano. Subito a destra alcune Minimacchine del Centro Storico e subito dietro spunta la particolare testa del leone alla base di Sinfonia d’Archi. Dall’altra parte scorriamo passo dopo passo le decorazioni di rose sul fusto di Una rosa per il Duemila. Basta spostare gli occhi a destra e due meravigliosi angeli d’argento sembrano riposare. Intorno tutte le parti di Ali di Luce, amata Macchina disegnata da Raffaele Ascenzi.

Dietro, sul fondo del capannone e dietro una struttura che ripropone gli archi di palazzo papale, base di Armonia celeste, la più colossale statua di Santa Rosa mai vista. Era in cima alla Macchina disegnata da Roberto Joppolo. Più avanti gli angeli con le trombe, anche quelli giganteschi. Il pensiero che più ci colpisce e ci fa idealizzare questo luogo come una sorta di sacrario è semplice. Si tratta di una domanda: “Quanti occhi si sono posati su tutto questo?”. E’ lì il valore. E’ lì che nasce il rispetto più profondo e il sogno di rispettare tutto questo, la storia più intima della città di Viterbo, in un Museo delle Macchine di Santa Rosa.