Viaggio nel Bullicame, una storia da lacrime. Il parco è ridotto a uno spettro

Viaggio nel Bullicame, una storia da lacrime. Il parco è ridotto a uno spettro

Lo stato in cui versa il Bullicame grida vendetta e invece c'è un gran silenzio, un silenzio che fa paura. Il sindaco Michelini sta incontrando gli imprenditori termali, è opportuno tutelare le imprese ma il patrimonio dei viterbesi è tutelato?

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La situazione in cui versa da ormai troppo tempo, siamo ai livelli dello scandalo, il principale parco termale viterbese grida vendetta. Siamo andati a vedere, rimanendo profondamente colpiti. Abbiamo quindi deciso di scrivere quanto segue per dare forza a un grido d’allarme che è condiviso da tantissimi cittadini di Viterbo. Nella speranza che questo grido arrivi forte alle orecchie di Palazzo dei Priori e approdi anche in Regione Lazio. Il presidente Nicola Zingaretti intervenga, il bacino termale viterbese è proprietà della Regione e quanto sta accadendo, su un bene regionale così importante, è intollerabile.

Una storia da lacrime

Ce ne andiamo da qui pronunciando ad alta voce poche parole: “Che disastro, questa città è senza speranza”. Ci escono fuori spontanee, mentre gli occhi si perdono su questo deserto. Non c’è più il fumo che sale dalle canaline e dalla caldara. L’abbiamo vista pochi minuti fa, immobile al di là del vetro. Placida, fissa, come morta. Non c’è più lo straccio di un bagnante, né l’acqua in una delle due vasche. L’altra invece è piena d’insetti, putrida. E fissa e desolata come la carcassa di un animale morto. Non c’è più neanche il rospo smeraldino, specie autoctona. Che andrebbe tutelata.

L’unica persona che incontriamo è il custode di questo posto. Solo e disperato. Ci chiede chi siamo perché ha capito che “siamo del giornale”, come dice lui. Vuole dirci che “qui è finito tutto”. “E’ da novembre che non viene più nessuno, non mi resta che chiudere il cancello e basta”, ci dice quasi commosso.

Lui al Bullicame gli vuole bene, lo si capisce dalle semplici parole e dai gesti. E’ giù di morale, seduto su una panchina di pietra. Sembra spento come la “callara” alle sue spalle, a poche centinaia di metri.

Gli chiediamo del rospo smeraldino e gli brillano per un attimo gli occhi. Ci fa cenno di seguirlo: “L’ho salvato, li ho messi in un secchio”. Ci porta verso il casottino bianco, dove si riposa. Ci chiede di aspettare e se ne esce con un secchio. Dentro acqua torbida. Vediamo dei girini rigidi galleggiare sopra.

L’uomo immerge le mani dentro e tira su una bella manciata di fanghiglia e fogliame secco. “Ecco, ecco. Stanno qua dentro, vedi”. Li vediamo ma sono rigidi, morti. “Sono morti”, gli diciamo. E lui: “No, non è vero. Ci stanno. Stanno in fondo al secchio”. E’ una scena dura, è la morte del parco termale dei viterbesi.

Cosa sta accadendo

Tutto è iniziato alle 15 del 25 novembre 2014. Al pozzo San Valentino, a qualche chilometro di distanza sulla Tuscanese stanno effettuando dei lavori di ripulitura. Lavori che aprono una falla nel condotto. L’acqua del Bullicame inizia a scendere. La gente che fa il bagno nelle pozze vede le canalette spegnersi a poco a poco. Dopo poche ore il principale parco termale viterbese non dà più segni di vita. E’ in coma vegetativo.

I geologi Pagano e Troncarelli mettono a punto un progetto d’intervento per sistemare la situazione. Nel mese di febbraio vengono effettuati i lavori di sistemazione della falla e l’acqua inizia a tornare al Bullicame. Ma è ancora poco, questo perché il pozzo San Valentino continua a emungere molti più litri al secondo dei 3 e mezzo che venivano tirati su prima del 25 novembre. E’ necessario un secondo intervento che vada a limitare proprio questa portata, ripristinando i vecchi livelli. Ma questa azione non viene concretizzata.

Palazzo dei Priori e il bisogno di una guida forte sul fronte termalismo

La storia del termalismo viterbese è una storia di fallimento. Viterbo non è una città termale nonostante abbia più risorse, dal punto di vista delle acque, di realtà molto sviluppate come la vicina Chianciano Terme. Un mare d’acqua, pari a circa 100 litri al secondo. Il fallimento della città termale è il fallimento di una classe politica e imprenditoriale. E’ il fallimento di tante famiglie che non hanno lavoro, diretto o possibile da costruire grazie all’indotto termale.

Quanto accaduto è tipico delle aree depresse e sottosviluppate dal punto di vista culturale. Dove una ricchezza pubblica viene di fatto utilizzata quasi esclusivamente per costruire ricchezza, poca, privata. E basta. L’errore non è certo di Leonardo Michelini. Viene da lontano ed è l’errore di tutti quei sindaci e assessori e consiglieri comunale che per decenni si sono accomodati a Palazzo dei Priori. Lì non sono riusciti a difendere l’interesse della città e dei cittadini sul piano termale. Non l’hanno fatto in tempi d’oro, quando c’erano risorse e possibilità d’investire. Una roba molto più complicata da pensare oggi. Michelini ha il difficile compito di rompere questa tendenza negativa e assassina del termalismo viterbese.

Ma deve prima ancora agire in maniera forte con quanto sta accadendo sul Bullicame. In questo dovrebbe aiutarlo la Procura, per capire cosa è avvenuto e se ci sono colpe. Cosa è accaduto al Bullicame? Perché un bene pubblico è stato rovinato? Da chi? C’è un danno per il patrimonio pubblico? Se è così occorre che Palazzo dei Priori difenda gli interessi dei viterbesi, chieda risarcimenti e faccia rispettare l’interesse e gli interessi della città.