Viaggio nei giardini pubblici di Viterbo/8 – Prato Giardino, benvenuti nello “schifo”

Viaggio nei giardini pubblici di Viterbo/8 – Prato Giardino, benvenuti nello “schifo”

Sentieri dissestati, rifiuti, sigarette, foglie secche e rami penzolanti sono i principali protagonisti del nostro giardino pubblico più famoso. La pista ciclabile non è utilizzabile per via delle precarie condizioni del pavimento, il laghetto più interno è completamente ricoperto di alghe e vegetazione tanto da non permettere la vista dei pesci rossi che vi nuotano all’interno.

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“Mi ritorni in mente bella come sei”. Così recitava una famosissima canzone di Battisti, lo stesso artista a cui è stato intitolato il più grande giardino pubblico di Viterbo conosciuto ai più come Prato Giardino.

Il parco rappresenta per tutti i viterbesi un punto di incontro, di svago, di riflessione dove la natura regna incontrastata e il cemento cittadino resta in disparte dietro un monumentale cancello che si apre sul giardino.

Le sue origini risalgono al XIV secolo quando a questa porzione di territorio fu dato il nome di Giardino. Il parco si modifica nel tempo, cambia conformazione, si adatta ai cambiamenti che Viterbo affronta nel corso degli anni, ma nonostante questo non perde la sua identità principale: unico polmone verde di una città in espansione.

Qui si fermavano le mandrie che arrivavano dalla campagna, qui si incontravano le carrozze che attraversavano il vicino quartiere Pilastro e qui si eseguivano, a volte, pene capitali. Diviene celebre come sfondo in una famosissima scena del film “Il vigile” con Alberto Sordi che cerca di far fluire un impensabile ingorgo stradale.

Il parco passa di mano in mano, ricche famiglie locali se ne aggiudicano la proprietà, ma è solo nel 1847 che il Comune lo acquista definitivamente per destinarlo all’utilità pubblica.

E oggi? Dove sono finiti gli antichi splendori di un tempo? Oggi il parco è sempre il polmone verde della città. Ognuno di noi ha passato almeno una giornata, durante l’infanzia o l’adolescenza, a dar da mangiare ai cigni che (sempre meno) nuotano nel grande laghetto posto al centro del giardino.

Le cose però sono decisamente cambiate. Come se la natura si volesse riappropriare dei suoi luoghi, il parco versa in condizioni di incuria e la vegetazione fa da padrona, soprattutto nella parte più lontana dal cancello principale.

Sentieri dissestati, rifiuti, sigarette, foglie secche e rami penzolanti sono i principali protagonisti del nostro giardino pubblico più famoso. La pista ciclabile non è utilizzabile per via delle precarie condizioni del pavimento, il laghetto più interno è completamente ricoperto di alghe e vegetazione tanto da non permettere la vista dei pesci rossi che vi nuotano all’interno. Nessuna panchina, nessuna fontanella dell’acqua (funzionante) che possa servire da ristoro, i bagni pubblici non utilizzabili per via della scarsissima igiene.

La parte più interna del parco è completamente abbandonata a se stessa. Il lago più grande, all’ingresso del parco, è abitato da qualche oca e qualche papera che sostano in vecchie casette di legno usate precedentemente come giochi per bambini che non brillano certo per pulizia.

Laghetto “Acqua azzurra acqua chiara” si chiama, ma di azzurro e di chiaro non c’è proprio nulla. Cestini colmi di rifiuti come costante per tutto il perimetro del giardino, bottiglie di vetro che fuoriescono dai cespugli sempre più folti, il parco diviene anche luogo, molto spesso, di episodi poco edificanti di spaccio o di rifugio per coloro che non hanno fissa dimora. La natura dà e la natura nasconde. Matrigna la definiva Leopardi, ma siamo sicuri che la cattiva sia proprio lei?

 

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