Una politica troppo piccola e la crisi del territorio e del Paese

Una politica troppo piccola e la crisi del territorio e del Paese

Alla fine basta poco: amicizie, clientele, capacità di "vendere" speranze personali. La politica può davvero essere ridotta così? Con questa riflessione auguriamo al Pd di avere presto decine di migliaia di tesserati e ai circoli di avere una vita reale con tante riunioni e incontri e una base capace davvero di dettare una visione politica. Agli altri partiti auguriamo di ritornare in vita e di avere identica fortuna.

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Il Pd viterbese esulta per i risultati del voto di domenica. Ai circoli la bellezza di 3395 persone hanno scelto tra Renzi e Orlando, un piccolo drappello ha prefetito Emiliano. Si è espresso il 78% degli iscritti, che in totale sarebbero 4370.

Bei numeri, i migliori di tutta la Tuscia. Bisogna riconoscerlo e dirlo a chiare lettere, per correttezza. Ma ogni cosa di questo mondo acquista significati diversi cambiando la prospettiva. E la prospettiva che vi invitiamo a considerare parte da una riflessione. Dai circa 300mila abitanti della Tuscia. Considerato quindi il totale dei cittadini di questa provincia è facile capire quanto sia piccolo il Partito Democratico locale. Che sicuramente è il partito più grande, per numeri, del territorio. Gli altri stanno sicuramente ancora messi peggio. Considerazioni un po’ diverse meritano i Cinque Stelle, perché funzionano con un meccanismo diverso da quello delle tessere. Con i loro problemi, di altro tipo.

Invitiamo a riflettere sui piccoli numeri della politica locale rispetto all’intero. Problema non certo solo locale ma riguardante l’intero Paese Italia. Il Partito Democratico ha poco più di 4mila iscritti e alla fine della fiera gli “strepitosi” risultati si sono giocati su questo.

Tutto legittimo, per carità. Tutto normale, la politica è una roba che non tira. Eppure questo, a ben guardare, rappresenta un problema serio. Perché se il principale partito del territorio si fonda su numeri piccoli rispetto a tutti i cittadini del territorio diventa facile in qualche modo “controllarlo”. 

Sarebbe interessante capire chi è andato a votare. Che tipologie di cittadino hanno in tasca la tessera. Quante volte i 4mila circa si riuniscono nei circoli al mese e quante proposte sul governo del territorio, dove i dem sono forti in questi anni, sono nate nelle sedi di partito. Già, questa sarebbe una gran bella analisi. 

Perché se i numeri sono piccoli è facile che i risultati siano figli di “amicizie” con i “capibastone” che tengono in mano il partito. E questo sicuramente non fa né il bene della democrazia né del territorio.

Ed è qui che bisognerebbe riflettere su un’ovvietà: il grave errore dei cittadini che lasciano in mano a pochi i destini politici di un territorio. Cioè la possibilità di decidere del destino di tutti quelli che vi abitano. Così la deriva di tanti anni difficilmente è imputabile alla classe politica, che alla fine sta facendo il suo gioco. Piuttosto l’errore sta nel disinteresse, nel lasciar fare.

Oggi nella Tuscia e in Italia non esistono davvero partiti forti. Piuttosto partiti che dicono di essere forti in virtù di numeri piccoli. Troppo piccoli. E così chi è più scaltro e organizzato ha vita facile, acquisendo un potere decisionale enorme e sicuramente sproporzionato rispetto al peso reale. 

E questo vale per il Pd, che sicuramente è il partito in questo momento più largo. Figuriamoci per gli altri. Alla fine ci troveremo a essere governati da quattro amici al bar. Augurandoci che magari vorranno “cambiare il mondo” e sperando che non si limiteranno a cambiare “il loro mondo”. 

Alla fine basta poco: amicizie, clientele, capacità di “vendere” speranze personali. La politica può davvero essere ridotta così? Con questa riflessione auguriamo al Pd di avere presto decine di migliaia di tesserati e ai circoli di avere una vita reale con tante riunioni e incontri e una base capace davvero di dettare una visione politica. Agli altri partiti auguriamo di ritornare in vita e di avere identica fortuna. 

L’alternativa è che i numeri piccoli continueranno a decidere per tutti. Trasformando la democrazia dal luogo delle scelte della maggioranza a quello del “dispotismo” delle minoranze. Quasi al limite dallo scadere al regno, o reame, dei “quattro amici al bar”. A volte così poco scaltri da farsi addirittura la guerra. Una guerra tra “due, tre gatti”.  

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