Un viterbese in Antartide – “Una delle colonie più grandi di pinguini Imperatore”

Un viterbese in Antartide – “Una delle colonie più grandi di pinguini Imperatore”

In Antartide ci sono cose che ti mozzano il fiato. Abbiamo imparato a capirlo leggendo le pagine del diario di Bruno Pagnanelli. In questa puntata ci racconta del suo faccia a faccia con una delle colonie, tra le più grandi del mondo, di pinguini Imperatore.

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In Antartide ci sono cose che ti mozzano il fiato. Abbiamo imparato a capirlo leggendo le pagine del diario di Bruno Pagnanelli. In questa puntata ci racconta del suo faccia a faccia con una delle colonie, tra le più grandi del mondo, di pinguini Imperatore.

 

Il giorno più bello. Corro di sotto, emozionato come un bambino. Mi spoglio veloce e mi infilo i mutandoni, quelli con la patta di plastica e la sottocombinazione termica. Non mi guardo allo specchio. No, non voglio umiliarmi ma la sola idea mi fa sorridere. Esco dalla camera come un fulmine e con questa “mise” attillata sono sicuro che sembro un capocollo con la corda di iuta intorno, uno di quei lonzini appesi sopra i banconi dei pizzicagnoli.

Prendo guanti, cappello, radio e occhiali. Tolgo le scarpe da ginnastica, quelle che uso in interno e infilo la salopette e gli scarponi. L’ultimo capo è il piumone, lo infilo e mi sembra già di iniziare a sudare.
Anzi, non è che mi sembra. Succede già!

D’altronde l’abbraccio di tutta questa tecnologia tessile è entusiasmante all’esterno ma una vera sofferenza all’interno. E’ come se ti incartassero nel Domopack mentre stai per avere un attacco di diarrea di fronte al direttore delle assunzioni in un colloquio di lavoro. Tanto per rendere l’idea.

Sistemo occhiali e guanti e metto, nella tasca interna, le batterie della macchina fotografica e il telefono (che non servirà a nulla ma magari prima di morire dal freddo due foto le farà anche lui). Esco dalla doppia porta verso l’esterno che sembro uscito da un pasto pantagruelico e mi muovo con discreta difficoltà. Sudo, ma adesso me ne frego anche perché fuori il freddo si sente pungente e il piumino fa bene il suo benedettissimo lavoro.

Bob è già fuori e ci fa segno di avvicinarci. Siamo con Massimo, la guida alpina, amico di sempre, ed Edoardo, un ricercatore, un giovane biologo che deve effettuare dei rilievi in un sito molto particolare. Saliamo sull’elicottero con quel rumore così familiare che mi inebria le orecchie.

In volo. Sono finalmente in volo, dopo tanto ho una possibilità di uscire dall’acquario, quella sala che vede tutto ma che non ti permette di uscire, di vedere, di toccare, di respirare quel freddo che adoro. Arriviamo. Siamo distanti, meno di un chilometro.

Stiamo camminando sul mare, sulla neve eterna che risponde con il suono più bello che si possa sentire. Una sorta di eco che scricchiola sotto il peso delle scarpe. Affondi quanto basta, fatichi quanto basta.

E’ tutto gigantesco, puro, immacolato, bianco. E’ semplicemente perfetto. Il cielo è pieno di nuvole grigie e ci sono degli squarci di un azzurro incredibile. Il vento è sulla decina di nodi, non ci sono grossi problemi.
Lo sperone di roccia di fronte a noi si erge dal mare con una parete verticale scura, alta circa 300 metri.
E’ immensa. Mi sento soffocare da tanta maestosità. Verticale, come una spada che esce dal mare gelato. Nera come la pece, in mezzo a tutto questo bianco è come uno schiaffo in faccia.

Mi terrorizza, eppure lo vedo tutti i giorni dalla mia finestra, è a circa 37 chilometri, dietro la lingua del Campbell. Ogni volta che volgo lo sguardo verso destra lo trovo lì. Sembra sempre così vicino e invece ora è qua, come un gigante che guarda silenzioso questi 4 puntini rossi che si avvicinano.

Me ne accorgo. Ci sono sagome nere che si muovono verso di noi. Sono rapide, veloci, arrivano da tutte le parti.
Ci scostiamo dalla parete di roccia dove abbiamo parcheggiato l’elicottero. Costeggiamo una cascata gelata. Ci allarghiamo verso un suono che poi diventa chiasso. Usciamo da un’onda di pressione del mare altra più di tre metri, ghiaccio celeste, segno della forza del mare che lotta con la morsa del freddo.

E’ lì, di fronte a noi. Cape Washington è e una delle colonie più grandi di pinguini Imperatore. Sono tantissimi. Sono bellissimi. Ho il cuore in gola. Ci vogliono 5 minuti prima di riprendere fiato.

Per ora basta, ho i brividi mentre scrivo. Vuol dire che sfrutterò l’occasione per scriverci sopra, ancora una volta…

pinguini

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