Un viterbese in Antartide – “Si sente solo rumore dei passi sulla crosta di neve gelata”

Un viterbese in Antartide – “Si sente solo rumore dei passi sulla crosta di neve gelata”

Bruno Pagnanelli ci racconta in un diario davvero speciale la sua spedizione tra i ghiacci dell'Antartide. Lottando contro il collegamento saltuario ci spedirà per tutta la durata della missione aggiornamenti e immagini.

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Christchurch, Nuova Zelanda.

Ore 5 del mattino.

La sveglia suona ma sia io che Mario, il “gattista” (operatore del gatto delle nevi, mio compagno di camera) siamo già svegli da un po’. I borsoni e gli zaini sono pronti, i trolley dell’aeroporto sono nel corridoio pronti a supportare il peso delle nostre cose dall’hotel all’Antarctic Center (*), distante circa un centinaio di metri.

E’ freddo e sembra che pioverà da un momento all’altro, quindi la sofferenza di muoversi e spingere il carrello con tutto lo scafandro addosso è più sopportabile. Eh sì, perché per fare il salto verso il fondo del mondo devi essere vestito da fondo del mondo, uno scafandro completo composto da un piumino di quelli che schiumi appena lo metti, maglione di pile, calzettoni come moon boot con il pelo, underwear con aperture strategiche per effluvi corporei, guanti e cappello. Lascio però gli scarponi da -70 sul trolley e mi infilo un paio di scarpe da ginnastica. Devo fare il check-in e ci vorranno un paio d’ore, le riporrò nello zaino, dove ho messo anche 5 kg di mele, come regalo, per una decina di coreani della base vicina che hanno passato l’inverno in Antartide e che non vedono frutta da 6 mesi.

Saliamo sull’aereo, dopo i controlli di sicurezza, il check con il dottore che ti misura la febbre e il briefing di sicurezza a tutti i passeggeri. Dopo poco ci fanno scendere. Le meteo a McMurdo, la base americana dove atterreremo non sono perfette e devono prendere le ultime condizioni meteo. Per un certo periodo sembra che non si parta più, d’altronde non si può scherzare, il Boeing 757 della Royal New Zealand Air force partirà solo se è sicuro di arrivare, perché una volta arrivato sul PSR (point of safe return che noi chiamiamo, più drammaticamente “punto di non ritorno”) deve per forza arrivare a destinazione. Significa che se il tempo cambia alla destinazione e lui lo sa prima del PSR, può rientrare in Nuova Zelanda. Altrimenti, con il carburante che ha, deve per forza atterrare, in ogni caso, a McMurdo (dove poi rifornirà per il rientro).

Ci lasciano dentro una sala molto confortevole dell’Air Force neozelandese, caffè liofilizzato, fumo una paglietta e poi ci riimbarcano di nuovo. Forniscono un pacchettino con acqua e sandwich (sarnno buonissimi), più una serie di cioccolate e biscotti mai visti prima. Anche una mela, piccolissima, come a dire: abituati, di frutta ne vedrai poca. Si parte, si decolla e si è subito in nube.

Non si vede nulla dell’isola del sud, non si vedono pascoli, giardini, montagne e spiagge della Nuova Zelanda. Le immagini, perché per un giorno le hai potute vedere e sai quanto possono essere magnifiche. Peccato.
Di norma non riesco a dormire in aereo e queste 4 ore e 30 saranno come sempre, una continua ricerca del sonno che non arriverà mai perché sono troppo curioso di vedere il mondo sotto. Ci metteremo meno perché, per fortuna, è un jet. L’ultima volta col C-130 ci ho messo 9 ore!

Nubi per due ore, poi si iniziano a vedere le cime delle onde spumeggianti dei 40 ruggenti, il tratto di mare più impressionante del mondo. Azzurro profondo e schiuma bianca. Poi intravedo un iceberg, isolato, una macchia bianca in un blu a perdita d’occhio e dopo una ventina di minuti il ghiaccio. Dapprima a frittelle, poi a lastroni sempre più grandi, poi compatto, con lunghe crepe. La più grande variazione stagionale del pianeta è sotto di noi, una superficie di mare intorno all’Antartide che si raffredda e che gela con la grandezza dell’Europa, pronta a scomparire entro la fine dell’estate per poi ricrearsi durante l’inverno.

Un’altra ora di questo paesaggio e poi, si sentono dei ricercatori americani in fondo all’aereo che richiamano l’attenzione di altri. Si vede.

Montagne bianche che escono fuori da un soffice mare di nubi. Ci siamo, siamo nel mondo eterno del ghiaccio.
Dopo poco mi metto accanto ad alcuni di loro che sono sui finestrini, cerco di capire dove siamo, cerco di riconoscere posti, luoghi che ricordo. Li conosco tutti, li ho studiati, la costa, le forme dei ghiacciai, le montagne, le linee di costa. Il cuore mi batte non appena riconosco il Melbourne, il vulcano dormiente che sovrasta la nostra zona. Da lì riconosco tutto, il Gerlace inlet dove a breve costruiremo la pista sul ghiaccio, Cape Washington e la macchia nera di guano della pinguinaia degli imperatore, e poi il Nansen, quella confluenza ciclopica di 3 ghiacciai immensi, il Prisley, il Reeves ed il David, che portano il vento della calotta a confluire in un luogo che non per altro, si chiama Hell’s gate (il cancello dell’inferno).

Ancora trenta minuti e siamo in finale su McMurdo. Si vede l’Erebrus in tutti i suoi 3700 metri di altezza sul mare, sull’isola di Ross, con il pennacchio di fumo in cima. Il monte Terror dietro e McMurdo sotto con i primi segni della presenza dell’uomo, le linee dritte, fatte da mezzi improponibili, che portano a Pegasus, la pista dove il Boeing va ad atterrare. Tocca, liscio, frena, un turbine di neve si solleva mentre gira per tornare indietro al parcheggio. Giornata magnifica, partiti alle 10,20 atterrati alle 14,55.

Ci aspettano due aerei, il tempo di prendere questo schiaffo in faccia con il freddo che ti si plasma addosso, di iniziare a moccolare e di iniziare a sentire freddo sui piedi. Poi subito a distribuirci equamente sugli aeroplani e a recuperare i bagagli. Si riparte, un’altra ora e 20, stavolta verso nord.

Il Twin Otter atterra dopo un paio di giri sulla base, una macchia azzurra nel bianco che dorme da 8 mesi nel posto più inospitale della terra. Atterra sul mare ghiacciato, c’è pochissima neve e molti segni di vento recente sulla superficie, il colore dominante del mare gelato è quel celestino pallido che identifica una lastra di vetro pietrificata dal freddo e scivolosissima.

Scendiamo. Siamo arrivati in quella che sarà la nostra casa per 4 mesi. Si sente solo il rumore dei passi sulla crosta di neve gelata. Qualcuno prende le chiavi, apre una porta. Siamo dentro. Non parla nessuno. 8 mesi senza vita e adesso 20 cuori sono di nuovo a battere qui intorno.

Ma questa è un’altra storia. Per ora vado a dormire. Devo riorganizzare le mie emozioni, perchè entrare dentro è stato veramente incredibile. Mi ci vorrà del tempo per cercare di spiegare a me stesso perché è stato così terrificante e così bello insieme.

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