Un viterbese in Antartide – “Senza tempo, senza nome, senza fiato”

Un viterbese in Antartide – “Senza tempo, senza nome, senza fiato”

Bruno Pagnanelli piange. Si trova davanti alla bellezza del Creato e ne è rapito. Posa, mette da una parte, anche la macchinetta. Non vuole filtri elettronici tra lui e la vita. Una delle pagine più belle di questo diario dall'Antartide che con La Fune vi stiamo raccontando.

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Bruno Pagnanelli piange. Si trova davanti alla bellezza del Creato e ne è rapito. Posa, mette da una parte, anche la macchinetta. Non vuole filtri elettronici tra lui e la vita. Una delle pagine più belle di questo diario dall’Antartide che con La Fune vi stiamo raccontando.

 

Cinque minuti. O quelli che io reputo essere stati cinque minuti. Son serviti per riprendermi. Ma può esser stata mezz’ora o giù di lì, io non me ne sono accorto. Massimo ed Edoardo sono andati via, a campionare reperti e Bob è rimasto sull’elicottero.

Io sono in mezzo, da solo. Senza tempo, senza nome, senza fiato. Mi rendo conto che sono lontano dagli altri esseri umani presenti solo dopo un periodo di tempo che ho perso dentro di me. Non ricordo di esser sceso, non ricordo di aver scattato foto, sono estasiato di fronte alla vita, alla generosa e sconcertante prova che arrivare a guardare il mondo da qui, così come lo sto osservando adesso, me lo fa vedere assolutamente perfetto.

E’ come rimanere folgorato, rimani senza parole, ma allo stesso tempo vorresti urlare di gioia, ridere, piangere, saltare. Ti giri intorno perché hai bisogno di aiuto per condividere la meraviglia. Boccheggi, annaspi, cerchi conferme. Come a dire: è vero, sono qui, da 40-50 milioni di anni. Nel posto più severo che conosciamo.
Sono lì in migliaia.

Lascio la macchina fotografica, decido che voglio vedere, gioire, inebriarmi della loro presenza. Voglio vivere questo momento, davvero, senza un filtro elettronico nel mezzo. Una parte di loro comincia a muoversi, si gettano sul ventre e camminano rapidi, spingendosi con le zampe posteriori. Altri caracollando si avvicinano goffi. Mi ritrovo circondato da una ventina di loro, alcuni più grandi altri più minuti mentre dietro una comunità intera rumoreggia indifferente. Si fermano tutti alla stessa distanza.

Come fosse un incontro fra forme di vita aliene. Mi torna in mente Richard Dreyfuss su “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Mi vengono in mente quelle note, la scenda del contatto. Alieni. Io per loro e loro per me.

Sono curiosi, allungano il collo, emettono suoni deboli per poi iniziare a gorgogliare rumorosamente, non so nemmeno come chiamare quel suono. Sembra un grido. Si vedono tantissimi piccoli con il piumaggio ancora grigio ma cresciuti abbastanza tanto da essere alti circa la metà dei genitori. Pigolano di continuo.

Mi siedo. E accade qualcosa. Quelli che sono intorno a me, dopo poco, si muovono, si avvicinano ancora di più, tutti insieme, arrivano a nemmeno un metro da me. Non sono io che vado da loro. Sono loro che vengono da me. E’ l’altezza che li tiene a distanza. Mi corico su un fianco. Rimangono, comunicano fra di loro, sbattono le ali, vanno e vengono. Da lontano vedo uno di loro con qualcosa fra le zampe. Si avvicina, ha un pulcino che gli esce dal basso, da quel manto soffice di piume. Il piccolo se ne rimane tranquillo, trasportato da quelle zampe, che sembrano così goffe per questo utilizzo.

Non so cosa fare. Prendo la macchina fotografica prima che si avvicini troppo. Scatto. Mi vergogno un po’.
Come avessi contaminato l’attimo. Mi arriva di fronte. Senza paura. In quel momento ho pensato di aver definitivamente abbandonato il mondo che ho sempre conosciuto. In quel momento non aveva più nessun valore quel mondo.

Per un giorno, un giorno solo, ho fatto il pieno d’immenso. Me ne sono andato con le lacrime che mi scendevano dagli occhi. Non credo fosse il freddo. Credo fosse solo gioia infinita.

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