Un viterbese in Antartide – “Non sei proprio alla fine del mondo, sei solo a un nuovo inizio”

Un viterbese in Antartide – “Non sei proprio alla fine del mondo, sei solo a un nuovo inizio”

Bruno Pagnanelli, viterbese, è lì. Lì tra i ghiacci dell'Antartide, la fine del mondo. Oggi vi proponiamo una pagina del suo diario, in aggiornamento saltuario, dove racconta l'ingresso all'interno della base.

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Bruno Pagnanelli, viterbese, è lì. Lì tra i ghiacci dell’Antartide, la fine del mondo. Oggi vi proponiamo una pagina del suo diario, in aggiornamento saltuario, dove racconta l’ingresso all’interno della base.

 

Entriamo.

E’ tutto buio, le finestre sono state chiuse con delle lastre di legno per ripararle dalla neve e dal gelo. I corridoi di accesso alla base sembrano tunnel, pieni di porte chiuse, riempiti di un buio che spaventa, che vince su quel piccolo spiraglio di chiaro che viene dall’unica porta che si è aperta. L’aria dentro è vecchia di 8 mesi, sembra quasi di vedere quella nuova che si fa strada nell’oscurità a piccole dosi. A terra, dentro la stazione, ci sono piccoli cumuli di neve sui lati delle porte, è una neve finissima, secca, senza un briciolo di umidità, talmente sottile che riesce a entrare da spiragli microscopici.

Mi viene in mente il film di John Carpenter, “La Cosa”, e un brivido mi passa sulla schiena. Sorrido, vedo troppi film. In effetti, è come se aprissimo uno scrigno, un tesoro segreto, qualcosa che il tempo e il freddo hanno fatto dimenticare. I pavimenti si muovono sotto il nostro peso e mentre mi muovo, respiro con un briciolo di affanno, un po’ per l’emozione, un po’ per la salita che dal molo porta alla stazione “Mario Zucchelli”. Perché siamo saliti in fretta, dopo la cautela iniziale per cercare di non scivolare sul mare solidificato, quello che ci ha permesso di atterrare e lo stesso che ci separa per una cinquantina di metri, così liscio, dal molo imbiancato che significa terra ferma.

Abbiamo salutato i piloti, prima di entrare, che hanno atteso un nostro cenno per poter ripartire di nuovo. Luca, uno degli impiantisti, non si perde d’animo e mentre altri aprono tutte le porte e Paolo va a prendersi cura di riattivare i generatori, mi dice che se ho freddo posso iniziare a spalare la neve dall’esterno delle porte. Come a dire, lascia perdere il romanticismo, la meraviglia, la profonda sensibilità dell’essere umano in quanto tale! Ciccio qui c’è da muoversi per riattivare tutto, daje!

In effetti basta poco, il sole alto e il piumone addosso, mentre muovi la pala, portano a temperature elevate il corpo che inizia a sudare. Me ne accorgo perché provo a togliere il cappello e lo trovo pieno di ghiaccio. E’ il sudore che traspira dal tessuto e che, a contatto con l’aria, gela istantaneamente. Fortunatamente non c’è tanto accumulo, segno che il fiato dell’Antartide si è fatto sentire di recente e ha spazzato via tutto, un bel regalo in effetti. Posate le pale, si iniziano a togliere i pannelli di legno messi a protezione delle finestre. La luce entra.

Nel frattempo i macchinisti aprono le porte, alcuni di loro iniziano a effettuare le procedure di avviamento di alcuni dei veicoli speciali, tipo i gatti delle nevi, o le ruspe e si iniziano a sentire i primi rumori. Paolo nel frattempo, insieme con Fabio e Matteo, sta facendo avviare il generatore, fra uno sputacchio, un colpo di tosse, una nuvola di fumo, una parolaccia.

E iniziano a uscire cose dal letargo. Una sorta di sfilata di vecchie glorie, messe a riposo per 8 mesi sotto il gelo, che piano piano si stiracchiano e riprendono a fare quello che sanno fare. Compresi quelli che li guidano, che li muovono, ansiosi di scoprire se quei muscoli di metallo hanno sofferto un raffreddore o hanno i geloni.

Arriva il primo Caterpillar, guidato da Bruno, un friulano silenzioso capace di batterti sulla spalla con una pala meccanica da 3 tonnellate, senza che tu possa capire la differenza fra quel mostro con i denti d’acciaio e una mano umana.

Arriva Mario, il gattista, anche lui come Bruno, perfettamente a suo agio con il suo agglomerato di lame, cingoli di gomma e motore, uno che riesce a scrivere sulla neve come fosse Verdi sul pentagramma, uno che gli dai il gatto, la natura e la neve e trova tutto il senso del mondo.

Arriva Antonio, un pompiere di Pescara, che ha per soprannome “Fandasdico” come la sua espressione a ricordo della prima volta che arrivò in Antartide, tira fuori un paio di auto, una dopo l’altra.

Compare Riccardo, Ric per tutti, un ligure mite e instancabile, che indossa il suo tipico copricapo col Pon pon, che inizia a trottare, come suo solito, e che non si fermerà più per i prossimi 4 mesi.

Luca, il cuoco, nel frattempo scompare, con le istruzioni del precedente cuoco, va a cercare qualcosa da mangiare, deve trovare il sistema per fare qualcosa di caldo. Insieme al “doc” si infilano con una carriola nella dispensa segreta, una sorta di frigo all’aperto che conosciamo solo noi, come a proteggere la sopravvivenza degli uomini dalla natura, come se la natura qui rubasse la vita.

Nel frattempo Alberto, Giuseppe, Lorenzo e Christian si danno da fare per cercare di aprire ambienti, spalare neve, scaricare bagagli che prontamente ha recuperato dal pack Valerione, uno che se agita la mano può farti beccare la polmonite solo con lo spostamento d’aria.

Anche Bob, Dominic e Lawrence, i tre neozelandesi della Helicopter New Zealand hanno già iniziato a muovere attrezzi, porte, scatole nell’hangar dove ci sono i due gioielli a riposare, quei due elicotteri bianchi e rossi che passano l’inverno al buio per tornare a splendere sotto il bianco dell’estate.

Io faccio parte del gruppo, mi sento un po’ pesce fuor d’acqua, è la prima volta che vedo l’apertura e mi impegno a supportare con la pala più che posso, con la schiena di cristallo e le mie mani un po’ da signorino.

Mi piace vedere quest’energia, è bellissimo trovarcisi dentro, ed è entusiasmante farlo con loro. Perché trovarsi Maurizio, il “doc”, (esperto di terapia d’urgenza), o Christian, (il meteo previsore), accanto, mentre spali la neve è un po’ come trovare uno che ti consola mentre perdi la strada, uno che ti dice: non puoi mollare, non puoi disperarti, non ci pensare, non lo farà nessuno. Sono flebo di motivazione solo guardandoli.

Se poi arriva il sorriso contagioso di Lorenzo, la forza di Valerio, la calma di Giuseppe, la ragione di Alberto, beh.. non sei proprio alla fine del mondo. Sei solo ad un nuovo inizio.

Anche se intorno c’è solo silenzio, freddo e sudore. Come quello di Paolo e di Luca, di Fabio e di Matteo che sono già sporchi di grasso e di olio, ma felici perchè gli impianti hanno ripreso a funzionare.

Il mare intorno si allunga solido verso la lingua del ghiacciaio del tarda serata. Entriamo tutti, sono le 23.00. Iniziamo ad accendere le stufette elettriche. A mezzanotte e mezza Luca, il cuoco, tira fuori dal cappello uno spaghetto aglio, olio e peperoncino e dei rigatoni al tonno. Compare una bottiglia di rosso. Non ho mai bevuto.

Stavolta ne vale davvero la pena.

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