Un viterbese in Antartide – “Mangiando con gli occhi cornetti di pietra”

Un viterbese in Antartide – “Mangiando con gli occhi cornetti di pietra”

Bruno Pagnanelli racconta un po' di paesaggio della terra dei ghiacci. Anche perché è vero che è tutto bianco ma non tutto uguale.

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Bruno Pagnanelli racconta un po’ di paesaggio della terra dei ghiacci. Anche perché è vero che è tutto bianco ma non tutto uguale.

 

Una foto presa dalla sommità del Monte Melbourne, che poi, per la cronaca, non è un monte ma un vulcano. E’ un bel cono, regolare, pieno di neve e ghiaccio, in particolare alla base e di un po’ di residui lavici e di rocce scoperte sulla parte superiore.

Che poi io mi son sempre chiesto: ma come mai i vulcani si chiamano comunque monti? Credo che sia solo per il fatto che così è un po’ più rassicurante. In effetti alcuni dei segni del Melbourne sono visibili sia sui ghiacciai sottostanti che sulle pendici stesse. Il Campbell, infatti, (il ghiacciaio sotto) nella sua lunga lingua di ghiaccio, a circa metà dell’altezza visibile fuori dal mare, riporta una bella striscia nera di cenere, a ricordo dell’ultima eruzione effettuata dal Vesuvio di noialtri.

Mi dicevano che è databile a circa 5 secoli fa. E sulla pendice, come si vede dalla foto, il Melbourne, ha delle splendide fumarole. Pensavo anche a quanto fosse carino ormai, che i ghiacciai, fra di noi, si chiamino come i compagni di scuola delle medie: con il cognome. Il Reeves, il Priestley, il David, il Rennick. La cosa bella è che hanno tutti nomi magnifici, nomi che incutono timore, che chiedono rispetto. Pensavo al ghiacciaio Sarchiapone, al ghiacciaio Pagnanelli… già suona differente.

Dicevo della foto: da 2700 metri si vede tutta la zona sotto, con le onde di ghiaccio frastagliate della morena del Campbell subito dietro la diagonale delle pendici del vulcano, dove c’è la fumarola a destra. In secondo piano c’è, sulla destra in alto, una sorta di cornetto di pietra adagiato sul mondo, che corrisponde al Northern foothills e che contiene tutto il mondo che conosco io in questo periodo. In un puntino piccolissimo e invisibile, sul corno sinistro di questa pastarella che mi ricorda la colazione al bar, c’è la stazione di Mario Zucchelli, affacciata su Terranova Bay.

Dietro il cornetto si vede un mare di ghiaccio, è il Nansen ice sheet, la confluenza di Reeves, Priestley e David (tre compagni di scuola molto pestiferi) che sfocia verso il mare sulla parte sinistra non visibile. Si vede in ultimo piano, a sinistra, dove c’è il mare aperto, quel ventilatore eterno di gelo che si chiama Hell’s gate, la porta dell’inferno. Il motivo è chiaramente ricordato da chi ci è passato vicino.

Tanto per dare un’idea delle dimensioni e della visibilità, l’ultima montagna che si vede, in alto a destra, l’ultima proprio, quella giù giù in fondo è Morris Basin: 250 km in linea d’aria.

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