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Un viterbese in Antartide – “Lo guardo come si guarda un padre che prova a donarti qualcosa”

Un viterbese in Antartide – “Lo guardo come si guarda un padre che prova a donarti qualcosa”

Gli occhi di Bruno Pagnanelli continuano a incontrare immagini da mozzare il fiato. Oggi, in questa pagina di diario, ci racconta cosa a provato nel vedere delle "canne d'organo" in pieno Polo Sud.

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Gli occhi di Bruno Pagnanelli continuano a incontrare immagini da mozzare il fiato. Oggi, in questa pagina di diario, ci racconta cosa a provato nel vedere delle “canne d’organo” in pieno Polo Sud.

 

Siedo sul sedile anteriore dell’elicottero, di rientro da un volo per un controllo su uno dei tanti sensori messi a registrare dati in posti lontani da tutto e vicini solo al freddo. Bob guarda lontano, da sotto gli occhiali, indica uno sperone di roccia di fronte a noi. Lo guardo come si guarda un padre che prova a donarti qualcosa.

Da quando ci conosciamo non fa che insegnarmi cose, mi regala parte dei suoi ricordi, in una sorta di continua lezione sul rispetto, sui numeri e sulla morfologia dell’ambiente. Forse perché sono io che glieli chiedo, forse perché mi incuriosiscono i particolari o forse perché anche lui ha bisogno di condividere la meraviglia.

Un’ora e mezza sul pack, con fratture disegnate dal caos e linee di pressione sul mare che fanno apparire foche di weddel e cuccioli e macchie di sangue di placente disperse. Verso nord, mare a destra e montagne a sinistra, coperte da un mare di ghiaccio che scende dal plateau. Sono alte circa 900 metri quelle più vicine alla costa e sui 2000 quelle più interne, 10-20 miglia dentro. Bianche e azzurre, coperte da freddo perenne, graffiate da strisce di pece nera che evidenziano il suolo sottostante, almeno dove si riesce a vedere.

Ci avviciniamo verso lo sperone di roccia che adesso diventa montagna. Bob mi dice che è un vecchio vulcano le cui pareti sono collassate. Si chiama Mount Joyce ed è delimitato ad ovest da un piccolo ghiacciaio, l’Hollingsworth, circa una trentina di miglia di lunghezza per 5-6 di larghezza, e a nord dal “mostro”, il David Cauldron.

Ci avviciniamo a Mount Joyce. La montagna si alza con pendii ripidi e scuri ed il versante visibile non sembra avere nulla di interessante se non il senso d’isolamento in mezzo ad un lenzuolo infinito di ghiaccio bianchissimo.
Bob mi dice di aspettare. Mi fido. Provenendo da sud, si avvicina alla pendice di destra, quella verso il mare che dista 50 miglia e che comunque si vede. Una montagna anonima fino alla pendice di destra.
Poi vira ed entra all’interno svelando uno spettacolo magnifico.

Gli occhi fanno fatica a credere a ciò che vedono. La mia memoria non ricorda nulla di simile o di prossimo. Faccio fatica a processare ciò che vedo, per un attimo provo un brivido che mi sale dalla schiena confortato dal sorriso di soddisfazione, sotto i baffettini bianchi di Bob, che mi regala questo momento sapendo in cuor suo, sin dall’inizio, che sarei rimasto basito.

Un organo come quello delle chiese monumentali, come quello di Santa Maria degli Angeli a Roma, solo fatto di pietra basaltica, immenso, gigantesco, ripetuto più volte sia in larghezza che in altezza, scolpito dal tempo e dal vento. Le chiamano, tecnicamente, “horgan pipe” – canne d’organo. Qualcosa di inimmaginabile da vedere. La macchina fotografica impazzisce e mentre Bob vira portandosi di fronte alla parete, provo un leggero senso di nausea. 

L’occhio nel mirino della macchina fotografica non è molto d’accordo con gli impulsi che arrivano dall’apparato vestibolare. Il cervello fatica ad elaborare informazioni che arrivano troppo in fretta e che sono in contrasto tra loro. Il corpo dice che sono inclinato, il mirino della camera mi dice che sono diritto, devo stare diritto per scattare!
Sono in confusione anche perché vorrei solo vedere e non ricordare e ricordare significa fissare tutto su un congegno elettronico. Qualcosa, mi dico, che tanto gli altri non capiranno, qualcosa che terrò, alla fine, solo per me. Decido: mi tengo la nausea e vale la pena di fare entrambe le cose, magari si capisce, magari lo posso dire a Ida, ad Ale, a mia madre…

Alla fine smetto di scattare e mi godo la parete. La parete sembra un signore anziano in piedi su un mare di neve. Uno di quelli robusti, con le spalle larghe segnate dal lavoro, con le mani rugose e callose, con un bastone, anzi cento, mille, tutti intorno. Calcolo che una di queste formazioni è sui 100 metri di altezza.
Dritta, verticale, perfettamente disegnata dalla natura dopo
milioni di anni di vita, ancora lì, perfettamente regolare.

Mount Joyce circonda la nostra visuale tanto siamo vicini. Bob inclina il ciclico verso sinistra e lascia scivolare l’elicottero verso il basso, sfruttando la discesa per riacquisire velocità. Ha un sorriso sottile. Conosce l’effetto della meraviglia su chi la vuole trovare…

bruno